4 Novembre 2025

Padre Arice: difendere la vita, anche “da me”

In questi giorni sui social si è fatta sentire la voce di una giovane donna belga, Siska, che ha chiesto di poter morire con l’eutanasia dopo anni di depressione e solitudine. Nel suo racconto amaro, più che la volontà di morire, si sente la stanchezza di chi non ha più trovato qualcuno disposto ad ascoltare. È un grido che attraversa l’Europa e arriva fino a noi, proprio mentre in Italia si discute di fine vita.

A questa domanda, che è insieme medica, etica e umana, ha risposto in modo limpido don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo, nel convegno torinese “Non c’è diritto senza limiti” che si è tenuto il 17 ottobre scorso. Le sue parole, riportate da un’intervista rilascia a ha rilasciato a La Voce e Il Tempo, in un momento storico che tende a misurare la dignità della vita in termini di efficienza o di dolore sopportabile, per me sono essenziali: “Quando la terapia del dolore e la vicinanza ai malati sono adeguate, la domanda di eutanasia quasi scompare”.

Don Arice non parla per teorie, ma per esperienza: la Piccola Casa di Torino, con il suo hospice di Chieri, accompagna ogni giorno uomini e donne che si spengono lentamente. Eppure, dove c’è una presenza che accoglie, dove il dolore è lenito e l’anima è accompagnata, il desiderio di morire si affievolisce. Anzi scompare. Perché questo non si dice mai?

“Dobbiamo uccidere il dolore, non il nostro paziente”, ricordava Cicely Saunders, fondatrice del movimento degli hospice. È una frase che padre Arice fa sua, come sintesi di una medicina che resta umana, non tecnica, non amministrativa. Perché — come ha detto — “la dignità del paziente va custodita anche quando la sua vita diventa fragile. Mi piacerebbe uno Stato che dicesse che la mia vita è importante e la difende da tutti, anche da me”.

Difendere la vita “da me”: è questo il punto. In un tempo che esalta l’autodeterminazione, sembra quasi scandaloso dire che non siamo padroni della nostra vita, ma solo custodi. Eppure, come insegna l’esperienza del Cottolengo, la libertà vera non consiste nel decidere quando finire, ma nell’essere accolti dentro un legame, fino all’ultimo respiro. Le parole di padre Arice non nascono da un moralismo astratto, ma da una conoscenza diretta della sofferenza. Chi passa nelle stanze di un hospice sa che l’uomo, anche quando soffre, continua a desiderare la relazione, uno sguardo, una mano stretta. Lì si capisce che non esiste vita “inutile”.

Ecco perché, come ha detto il sacerdote, prima di organizzare “risposte di morte” dovremmo garantire davvero “risposte di vita”: cure palliative accessibili, sostegno alle famiglie, accompagnamento spirituale. Perché dove la compassione è viva, l’eutanasia diventa superflua. Il dolore resta mistero, certo. Ma non è destino cieco, se trova qualcuno che lo condivida. E forse, a pensarci bene, il compito di una civiltà degna di questo nome è tutto qui: non lasciare solo chi soffre. Difendere la vita, sempre, anche quando fa male.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia

Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).

CONTINUA A LEGGERE



Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

ANNUNCIO

ANNUNCIO


ULTIMI COMMENTI

Vai all'archivio di "Un Caffè sospeso"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per commentare bisogna accettare l'informativa sulla privacy.