Non mi piace salire sul carro del vincitore. Ho sempre rigettato quelle posizioni estreme che si fermano all’emotività e non hanno il coraggio di andare oltre e di guardare i fatti nella loro complessità. Diana non l’ho mai dimenticata. Aveva solo diciotto mesi quando la mamma l’ha lasciata sola per sei giorni nella sua culla, con un biberon accanto. È morta così, di stenti, in un silenzio che nessuno ha saputo interrompere.
La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha condannato ieri la madre, Alessia Pifferi, a ventiquattro anni di reclusione. Non più l’ergastolo. Una decisione che ha suscitato indignazione, come sempre accade quando la rabbia prende il posto del pensiero. “Solo ventiquattro anni?”, ci si chiede. Eppure, prima di aggiungere la nostra voce al coro, dovremmo forse fermarci un istante. Perché in questa storia — più che una colpa, più che una sentenza — c’è un abisso. Un abisso di solitudine, di ignoranza dell’amore, di disperazione taciuta.
È vero Diana in quei giorni non ha più sentito la voce della madre ma è anche vero che nessuno ha bussato alla porta. Nessuno ha chiesto dove fosse quella bambina. Nessuno ha sentito il pianto di quella bambina. La verità è che in una grande città come Milano, con i suoi servizi, le sue reti sociali, i suoi progetti di assistenza, quella madre e quella figlia erano invisibili. È questo, forse, che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia.
Alessia Pifferi non è solo la donna che ha lasciato morire sua figlia, è anche il volto di una madre smarrita, di una povertà affettiva e morale che non sappiamo più riconoscere né soccorrere. È impopolare dirlo e lo ridico come tre anni fa: anche Alessia è una vittima. Di una vita senza legami, senza radici, senza uno sguardo che la vedesse davvero.
Certo, il suo gesto è inaccettabile. Nessuna attenuante potrà mai restituire la piccola Diana. Ma se tutto ciò che sappiamo fare è urlare “mostro”, allora non abbiamo capito nulla. Perché ogni volta che una madre non ama, ogni volta che un bambino muore così, è un intero popolo che ha smesso di vegliare. Diana era invisibile, e lo era anche Alessia. Invisibile agli occhi del quartiere, dei servizi sociali, della parrocchia, dei vicini di casa. Invisibile forse anche a noi, troppo presi a commentare i fatti di cronaca per chiederci dove abbiamo fallito.
Non c’è pena che possa pareggiare una vita perduta, ma c’è un dolore che può diventare responsabilità. Responsabilità di tornare a guardare, a chiedere, a preoccuparsi dell’altro. Responsabilità di non lasciare soli i fragili, i poveri di mente e di cuore, le madri stanche, gli adulti-bambini che non sanno come amare. Perché la tragedia di Diana non è nata in sei giorni. È cresciuta in anni di silenzio, di disattenzione, di assenze che abbiamo tutti contribuito a rendere normali. Mentre il mondo si indigna perché non c’è stato l’ergastolo, forse dovremmo chiederci piuttosto che società siamo diventati, se una madre e una figlia possono morire così — una di fame, l’altra d’indifferenza. Diana è stata chiamata per nome da Qualcuno che non dimentica nessuno ma a noi resta il dovere di non dimenticare Alessia, e di non lasciare più sole le madri come lei, perché dove non si è più capaci di amare, non resta che la cronaca nera.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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