Qualcosa che non torna nella giustizia italiana. E non solo nei tribunali, ma anche nella percezione collettiva del bene e del male, del lecito e dell’abuso, della responsabilità e dell’innocenza. La vicenda di Daniela Casulli, ex insegnante pugliese assolta in appello dall’accusa di aver intrattenuto rapporti intimi con minorenni, ne è un esempio inquietante.
Casulli ha ammesso tutto: i contatti, i video, gli incontri. Ha raccontato alle Iene con sorprendente serenità di aver frequentato “diversi” quattordicenni, aggiungendo che “erano loro a cercarmi” e che “sapevano cosa potevo dare loro”. Parole che, se pronunciate da un uomo, avrebbero scatenato indignazione, condanne morali e mediatiche, probabilmente anche una sentenza penale di segno opposto. Ma qui no. Qui il tribunale ha stabilito che “il fatto non costituisce reato”. E allora la domanda sorge spontanea — e necessaria: sarebbe stato lo stesso se un professore cinquantenne avesse avuto rapporti con delle ragazze di 14 anni? Avremmo forse parlato di “ragazze consenzienti”? Avremmo accettato che “cercavano loro” il professore? Avremmo giustificato il tutto con l’“estroversione dei nati dopo il 2000”?
Il consenso, quando riguarda un minorenne, non può essere un’attenuante. È, semmai, la prova di quanto fragile e manipolabile possa essere l’età dell’adolescenza, in cui il desiderio di sentirsi adulti o desiderati può essere facilmente distorto e sfruttato. E se la legge sembra non vederlo, allora c’è davvero qualcosa di profondamente guasto nel nostro sistema di valori — e forse anche nella giustizia che dovrebbe difenderli.
Si invoca spesso la parità di genere, e giustamente. Ma la parità non può diventare complicità o indulgenza quando la parte in causa è una donna. Un abuso resta un abuso, indipendentemente dal sesso dell’abusante. E il sorriso con cui questa ex maestra racconta ai microfoni di aver avuto “diversi” rapporti con minorenni non dovrebbe far sorridere nessuno. Dovrebbe farci rabbrividire. Per me quando la legge chiude gli occhi davanti alla vulnerabilità dei più giovani, smette di proteggere la vita e comincia, silenziosamente, a giustificare la violenza. Punto.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




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