Un colpo di martello a favore della vita
La Cassazione riconosce ai genitori il danno da perdita del rapporto parentale per la morte di una bambina nel grembo materno causata da errore medico. Una decisione che riafferma, nel silenzio generale, un principio semplice e antico: la vita è tale sin dal suo inizio.
È passata quasi sotto silenzio, come spesso accade quando una notizia disturba la narrazione dominante. Eppure, la sentenza n. 26826 del 6 ottobre 2025 della Corte di Cassazione ha un peso che forse non è ancora stato colto nella sua interezza.
La vicenda è dolorosa. Una giovane donna alla 41ª settimana di gravidanza, chiari segni di sofferenza fetale, un cesareo che non si decide, e alla fine una bimba che nasce morta per asfissia perinatale. Un dramma che si consuma nel giro di poche ore, e che lascia dietro di sé un silenzio irrimediabile, il vuoto assoluto dove avrebbe dovuto esserci un pianto.
Nei primi gradi di giudizio ai genitori era stato riconosciuto un risarcimento ridotto, con l’argomento che, poiché il “feto” non era mai venuto alla luce, il legame era solo “potenziale”. Una formula fredda, burocratica, quasi disumana: come se l’amore per un figlio, per esistere, avesse bisogno di un certificato di nascita.
La Cassazione, invece, ha rovesciato quel punto di vista. Ha affermato che il rapporto genitoriale nasce già nel grembo materno, che la relazione tra genitori e figlio si consolida giorno dopo giorno, anche prima del parto. E che la perdita di quel figlio, anche se non è mai stato tenuto tra le braccia, costituisce un danno reale, profondo, morale e relazionale.
È una pronuncia che ha il valore di un colpo di martello nel silenzio del diritto contemporaneo. Perché riconosce ciò che il senso comune – e il cuore di ogni madre e di ogni padre – ha sempre saputo: che un figlio è tale sin dal concepimento, che la vita prenatale non è “una possibilità”, ma già una presenza, una promessa, un volto.
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La Corte ha richiamato i principi costituzionali di tutela della maternità e della vita, e persino l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che protegge la vita familiare. Ma al di là dei riferimenti giuridici, ciò che colpisce è la prospettiva antropologica che emerge: la vita non comincia quando la legge decide che cominci, ma quando comincia realmente – e cioè dal concepimento.
È un passo raro, in tempi in cui il diritto sembra sempre più piegarsi alla volontà individuale, dimenticando i suoi fondamenti naturali. Qui invece la magistratura, per una volta, ha “battuto un colpo”, come si diceva una volta: a favore della vita, e quindi dell’uomo semplicemente riconoscendo un fatto, e lo ha fatto alla luce della ragione e della giustizia naturale.
Resta però il silenzio. Poche righe sui giornali, nessun dibattito. Come se fosse imbarazzante dire che un feto è un figlio. Come se la parola “vita” fosse diventata scomoda, un residuo di un’altra epoca. Eppure, dietro quella sentenza c’è la sofferenza concreta di due genitori, c’è il dolore di un’assenza che non passa. Perché invece non torniamo a guardare la vita con lo sguardo di chi l’ha perduta? Allora capiremo che ogni nascita, ogni battito di cuore nel grembo, è già un dono intero, un mistero che ci precede e ci supera. E che quando il diritto torna a riconoscerlo compie un atto umano.
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