CORRISPONDENZA FAMILIARE

Una storia scritta a due mani, bianche e nere ma con un solo cuore

17 Novembre 2025

Quando sono arrivato in Burkina Faso, nel 2003, assieme ad un gruppo di amici della Fraternità, mai avrei potuto immaginare quello che il buon Dio avrebbe realizzato. La consacrazione della chiesa dedicata ai santi Luigi e Zelia Martin, avvenuta sabato 15 novembre, è una tappa fondamentale di questa esperienza, punto di arrivo e di partenza di un cammino che ora diventa ancora più impegnativo perché ci carica di nuove responsabilità.

In questi anni abbiamo realizzato tante opere in Burkina, abbiamo costruito pozzi e scuole, una casa per accogliere e accompagnare le giovani liceali più disagiate, due scuole materne che ogni giorno danno ospitalità a 200 bambini, abbiamo sostenuto materialmente il percorso scolastico di centinaia di studenti. Senza dimenticare tutti i micro-progetti – e sono decine e decine! – nei diversi ambiti della vita sociale ed ecclesiale. Impossibile fare la lista dei molteplici interventi caritativi, basta dire che abbiamo seminato con grande generosità. E tuttavia, questo fiume di carità è poca cosa dinanzi alla costruzione di una chiesa.

La chiesa non è una delle tante opere ma è quella che, prima e più di ogni altra cosa, manifesta la fede perché ricorda che è Dio “l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine” (Ap 22,13). Annuncia che tutto inizia da Lui e ogni attività trova in Lui il suo valore e il suo pieno significato. In piena sintonia con la spiritualità dei santi Luigi e Zelia che amavano riassumere la loro fede in queste parole: “Dio primo servito”.

Una chiesa non si costruisce da un giorno all’altro, non solo è il frutto maturo di un lungo cammino ecclesiale ma è anche una meta che si raggiunge a prezzo di grandi sacrifici, specie quando vogliamo realizzare un’opera che abbia un valore artistico e un significato teologico. Ed è il nostro caso! Tanti hanno collaborato, dai progettisti agli artisti, senza dimenticare gli operai e tutti coloro che a vario titolo hanno lavorato. E tutti hanno vissuto con grande commozione il giorno in cui la chiesa ha accolto il Vescovo che, in nome e con l’autorità di Dio, ha dato il definitivo sigillo ecclesiale.

Questa tappa così importante del nostro cammino in terra africana mi ha fatto ritornare ai giorni in cui per la prima volta siamo venuti in questo Paese. Non ho buona memoria ma ho sempre avuto l’attitudine a scrivere pensieri e riflessioni. Tutto conservato nel computer che porto sempre con me. In quei giorni scrivevo agli amici in Italia:

“L’esperienza vissuta in questi giorni ha il sapore delle cose straordinarie, di quelle che lasciano un’impronta indelebile. È solo l’inizio di una storia, la prefazione di un libro che, noi tutti speriamo, si possa arricchire negli anni futuri di numerosi capitoli scritti a due mani, bianche e nere, ma con un solo cuore”.

“Quello che qui abbiamo visto basta e avanza per farci comprendere la necessità di buttarci in questa avventura con tutta la forza di cui siamo capaci. Tra dieci anni forse potremo raccontare ai vecchi e ai nuovi amici le meraviglie di Dio. Ora c’incamminiamo con trepidazione ma con la certezza che Dio spiana la strada”.

“Quello che abbiamo visto nel tuo Paese [la lettera è indirizzata a p. Michel, il sacerdote che ci ha invitato e accolto in Burkina] non ci può lasciare indifferenti. Ci muove a compassione, ci chiede di intervenire. E lo faremo con tutta la passione di cui siamo capaci. Puoi starne certo. Se, come a me sembra, questa storia viene da Dio, porterà la forza del suo Spirito e produrrà perciò frutti abbondanti. Tutto quello che dobbiamo fare è essere fedeli”.

Rileggo con una certa emozione queste parole scritte con l’inchiostro della fede. Fin dall’inizio di quest’avventura e, malgrado la scarsità di risorse economiche e di un’équipe adeguatamente preparata per affrontare una sfida così impegnativa, ho avuto la certezza che Dio avrebbe compiuto grandi cose. L’audacia nasceva unicamente dalla fiducia. E la fiducia genera quella che Teresa di Lisieux chiama “espérance aveugle”, la speranza cieca (LT 197). Era questo che, al termine di quel primo viaggio, mi faceva scrivere:

“Il Signore provvederà a inviare gli operai. È già successo e non credo che Lui si tiri indietro. Tante volte mi risuona nella mente questa parola della Scrittura: «Il braccio del Signore è forse raccorciato? Ora vedrai se la parola che ti ho detta si realizzerà o no» (Nm 11, 23). Il Signore rimprovera Mosè per la sua poca fede. Certo, Dio realizza le sue opere per mezzo di uomini e noi possiamo favorire o rallentare i progetti di Dio, ma non impedirli”.

La fiducia nella grazia che Dio avrebbe riversato era associata alla certezza di avere tanti altri amici, fratelli e sorelle nella fede, che condividevano lo stesso ideale ed erano pronti a spendere le loro migliori energie per realizzarlo. Quello che abbiamo realizzato è un’opera collettiva, espressione di una comunità credente, cioè una comunità che sta in ascolto di Dio e desidera seriamente fare la volontà di Dio. Quando siamo partiti non c’era alcun progetto e non avevamo alcuna esperienza missionaria, c’era solo l’intima convinzione che Dio ci aveva chiamati e inviati. Senza questa fede non avremmo iniziato e forse, dinanzi alle numerose difficoltà, avremmo rinunciato.

C’era un altro motivo che in quei giorni mi accompagnava e sosteneva la mia fiducia: la presenza materna di Maria. Quel primo viaggio, infatti, fu realizzato dal 30 aprile all’8 maggio, nei giorni della novena alla Supplica della Vergine del Rosario. Questa coincidenza non era casuale ma una conferma di quel pellegrinaggio che alcuni anni prima ci aveva condotto a Pompei per affidare alla Madonna il nostro desiderio di santità.

“Questo è l’anno del Rosario, Dio ci affida questa nuova opera attraverso le mani di Maria e per mezzo di Lei possiamo realizzarla. Il primo gesto da fare è quello di un pellegrinaggio a piedi per chiedere a Lei la grazia di essere fedeli ai progetti di Dio”.

Nella chiesa appena inaugurata non poteva mancare una statua della Vergine. Abbiamo scelto una riproduzione di quell’icona che ha attraversato tutta la vicenda della famiglia Martin e che oggi si trova al Carmelo di Lisieux, presso l’urna che custodisce le spoglie mortali di santa Teresa. È la Vergine del Sorriso. Il suo volto, segnato da un’indescrivibile dolcezza, è un’eco fedele di quella tenerezza divina che accompagna la storia dell’umanità e dona la consolante certezza che le ombre dell’umana fragilità non possono soffocare la luce dell’amore.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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