L’ultimo numero delle Kessler non è stato uno spettacolo felice
Le gemelle Kessler hanno attraversato quasi un secolo di spettacolo, costume e società come una specie di emblema vivente del dopoguerra europeo. Sono state più di un duo televisivo: erano una promessa di leggerezza in anni che leggeri non lo erano affatto. Nacquero nella Germania che usciva dalle macerie, diventarono icone nella televisione italiana affamata di modernità, incarnarono una femminilità gemella, atletica, scenografica, diventando un immaginario in carne e ossa. Sempre insieme, sempre coordinate: nella danza, nei numeri di varietà, negli innesti pop del cabaret tedesco con la spensieratezza italiana.
Sono state per intere generazioni, un simbolo di vitalità e di energia. Forse è anche per questo che mi colpisce così tanto la narrazione che oggi si sta costruendo intorno alla loro morte avvenuta con il suicidio assistito. Una narrazione che vuole trasformare, edulcorare, imbiancare tutto con un’aura di armonia artificiale. Una riscrittura morbida che tenta di presentare un evento doloroso e complesso come l’atto finale di un numero perfettamente sincronizzato.
I giornali scrivono che la scelta delle Kessler è stata “una scelta consapevole”, “volevano morire insieme”, “l’una non avrebbe mai sopportato la morte dell’altra”. Una narrazione che non racconta la fine tragica di due donne; racconta una favola. Una favola che nella sua estetica impeccabile rischia di diventare una bugia: una semplificazione brutale travestita da conquista civile. Una favola che spaccia per “diritto” ciò che viene presentato come atto sereno, lineare, autodeterminato, quando il fine vita — ogni fine vita — è tutt’altro che lineare. Bisognerebbe dirsi che non siamo a teatro né in televisione e che questa non è una fine spettacolare ma un epilogo triste, molto triste.
Questa estetizzazione della morte assistita che oggi si vanta di avere due testimonial di eccezione, questa smania di trasformarla in un gesto “bello”, “ordinato”, “pulito”, rischia di diventare una truffa emotiva. Una truffa culturale. Una truffa linguistica. E mentre i media applaudono, mentre si celebra una scelta dolorosissima come fosse un’esibizione ben riuscita, resta il sospetto inquietante che il ritmo del da-da-un-pa, questa volta, non copra un numero di varietà, ma il fruscio di una realtà che non si vuole guardare in faccia. Alice ed Ellen non ballano più. E non dovremmo ballare nemmeno noi, di fronte a questo.
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