Canne, stoppini, fiamme smorte. Il difficile mestiere dell’educatore
19 Novembre 2025
Canne incrinate o stoppini dalla fiamma smorta sono immagini provenienti da un mondo agricolo ormai andato, remoto e non ancora del tutto tecnologico che però dicono molto al giorno d’oggi. Ne incontro tanti a scuola, ragazzi e adulti, studenti, ma anche genitori o colleghi.
Quali possono essere le canne incrinate che è possibile vedere dalla cattedra?
Eccone una carrellata: uno studente fragile, che ha difficoltà scolastiche, familiari o emotive e rischia di crollare; un compagno escluso o bullizzato, che si sente spezzato dentro, anche se esteriormente cerca di reggere; un ragazzo che sbaglia spesso, ma che ha ancora potenzialità nascoste, e che con un po’ di sostegno potrebbe rialzarsi; un insegnante stanco o sfiduciato, che vive un momento di fatica e ha bisogno di incoraggiamento; un genitore che si sente incapace di accompagnare il figlio.
E gli stoppini dalla fiamma smorta?
La fiamma smorta è un’altra immagine simbolica legata a qualcosa che sembra sul punto di spegnersi, ma che in realtà non è ancora del tutto finita: basta un soffio, un po’ di cura e può tornare a brillare. A scuola, le fiamme smorte potrebbero essere uno studente che ha perso la motivazione, che un tempo era curioso e interessato ma ora appare disilluso o annoiato; un ragazzo con talento, ma che non crede più in sé stesso e non osa più provarci; un compagno che non partecipa più, che si isola e sembra spento, ma in realtà conserva dentro di sé un piccolo fuoco che aspetta solo di essere ravvivato. Nella mia visuale, dalla cattedra, in altre parole, la canna spezzata potrebbe rappresentare la fragilità esterna e visibile, mentre la fiamma smorta richiama la fragilità interiore, la perdita di entusiasmo o speranza.
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Mi sovvengono queste immagini ascoltando Papa Leone XIV, che commentando il brano del Vangelo nel quale Gesù, con immagini forti e grande franchezza dice ai discepoli che la sua missione, come anche quella di chi lo segue, non è tutta “rose e fiori”, dice agli adulti: “Pensiamo, ad esempio, al prezzo che deve pagare un buon genitore, se vuole educare bene i suoi figli, secondo principi sani: prima o poi dovrà saper dire qualche ‘no’, fare qualche correzione, e questo gli costerà sofferenza. Lo stesso vale per un insegnante che desideri formare correttamente i suoi alunni, per un professionista, un religioso, un politico, che si propongano di svolgere onestamente la loro missione, e per chiunque si sforzi di esercitare con coerenza, secondo gli insegnamenti del Vangelo, le proprie responsabilità”. Sembra quasi che il Pontefice stia scrivendo per il blog Dalla cattedra e questo me lo fa sentire molto vicino.
Agire per il bene nostro e di tutti
Tuttavia, ha continuato il Pontefice, non bisogna arrendersi e non bisogna omologarsi ad una certa mentalità lassista. Bisogna continuare ad “agire per il bene nostro e di tutti, anche di chi ci fa soffrire”. Questo intervento del Pontefice ha trovato un’ampia eco mediatica, soprattutto per la parte che riguarda i “no” sofferti da dire qualche volta. Invece a me risuonano l’espressione “per il bene nostro” e di chi “ci fa soffrire”. Di solito, quando si invitano le persone a svolgere le proprie mansioni, si motiva l’invito finalizzandolo al bene degli altri e ciò è vero. Dimentichiamo facilmente, però, che agire bene, eticamente, con amore, nel proprio ambito lavorativo, fa bene a noi, soprattutto per chi agisce motivato dalla fede. Nello stesso intervento Leone XIV cita sant’Ignazio d’Antiochia (e per una volta non il suo amato Agostino) il quale, scrivendo ai romani diceva: «Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio». Il vero motore di un educatore che si rifà all’insegnamento cristiano sta nella fede, nel fare le cose per bene perché Cristo lo vuole, sapendo che alla fine, ciò farà bene anche a chi agisce con queste motivazioni.
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