SPERANZA E FAMIGLIA

Disabilità in famiglia: come affrontarla? L’esempio di Ermanno “Lo Storpio”

Foto derivata da: Th. Fink Veringen, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

di Nicola e Giulia Gabella

Questo breve percorso di riflessione sulla speranza ci conduce all’ultimo fondamentale step, cioè che la Speranza cristiana non è mai fine a sé stessa. E cosa significa? È difficile da spiegare, occorrerebbero forse nozioni teologiche e filosofiche che non abbiamo. Possiamo esprimerci in base alla nostra personale esperienza empirica, come famiglia segnata dall’esperienza della disabilità. Oggi vi parliamo di una figura importante per noi: il beato Ermanno lo Storpio.

A Roma, durante il nostro pellegrinaggio, per la prima volta siamo venuti a conoscenza della storia di Ermanno “lo Storpio”. La sua vita è l’esempio concreto di come la speranza se riposta in Dio può sempre portare frutto e non si esaurisce in sterili discorsi. Il Beato Ermanno di Reichenau, detto lo storpio, fu un monaco, astronomo, storico e compositore tedesco del XI secolo. Nato nel 1013, nonostante una grave disabilità fisica che gli valse il soprannome, divenne noto per il suo ingegno, la sua serenità spirituale e la composizione di importanti opere, tra cui si ritiene il “Salve Regina”. Questa è davvero la prova che Dio non chiama i capaci, ma rende capaci chi chiama, indipendentemente dalle loro abilità o disabilità. Ermanno lo Storpio ha saputo sperare, come Abramo, oltre ogni speranza e la sua vita ha portato molto frutto, lo fa ancora oggi.

È chiaro quindi che tutto questo non è un qualcosa che riguarda il passato, ma è valido ancora oggi e sempre lo sarà, perché Dio è fedele nei secoli (Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele Ger 31,3); ma non è automatico né semplice avere speranza e a volte è molto più facile il contrario. Cosa si oppone alla speranza? La disperazione e la presunzione. Secondo San Tommaso d’Aquino i peccati contro la speranza rientrano nella categoria dei peccati contro lo Spirito Santo, in particolare la disperazione della salvezza e la presunzione di salvarsi senza merito. Questi peccati rifiutano o distorcono la misericordia e la grazia di Dio.

Ma proprio grazie a Dio la Speranza che abbiamo sentito nel cuore dopo l’incontro con Marusca e Lorenzo ha portato veramente un’inaspettata ventata di aria nuova nella nostra famiglia perché “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito” (GV 3,8).

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Giulia ed io abbiamo riconosciuto che la nostra Speranza aveva origine dal riconoscerci amati e, al contempo, si fondava sull’amore che scaturisce dal cuore trafitto di Gesù. Papa Francesco lo spiegava molto bene “La speranza, infatti, nasce dall’amore e si fonda sull’amore che scaturisce dal Cuore di Gesù trafitto sulla croce” (Spes non confundit n.3).

Da questa nuova Speranza, da questo Amore riversato su di noi e dal desiderio di restituire in quale modo il bene ricevuto, la nostra vita, così come era – anche con i “cocci rotti” – ha cominciato a ricostruire amore prima di tutto nella nostra relazione e poi nelle persone intorno a noi. 

Ci siamo resi disponibili ad aprire la nostra casa a fidanzati, giovani sposi, a genitori che stavano vivendo esperienze diverse, ma simili nei vissuti, nelle emozioni, nelle fatiche. Alcune esperienze di accoglienza poi ci hanno dato la conferma che siamo sposati per aprirci agli altri, che non possiamo pensare di bastare a noi stessi. Non siamo autosufficienti, abbiamo bisogno degli altri e per questo da tanti anni ormai sulla nostra tavola, quando si apparecchia, c’è sempre un piatto in più, che a volte rimane vuoto, a volte si riempie… Ma questa è una storia che racconteremo un’altra volta.

Concludiamo con questa certezza: che la Speranza viene da Dio, si radica nella fede e, nonostante le tante fatiche, le battaglie combattute, le sconfitte e le cadute, insieme a Dio possiamo dire: “Beato chi non ha perduto la sua speranza” Sir 14,2.




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