26 Novembre 2025

UNA CARO. L’eternità possibile

Leggo con gioia indicibile la Nota dottrinale Una caro. Elogio della monogamia della Congregazione per la dottrina della fede, approvata da papa Leone XIV il 21 novembre scorso e mi torna alla mente la mia storia e quella di tanti sposi incontrati in questi anni: donne e uomini semplici, con i loro entusiasmi, le loro cadute, le loro fedeltà ostinate e a volte ferite. Mi sono chiesta, come allora, come oggi: è davvero possibile amare una persona tutta la vita? Una domanda che nel documento risuona con una schiettezza rara, perché non nasconde la fatica, né l’illusione spezzata di fronte al limite dell’altro e al proprio.

La Nota lo dice con grande nitidezza: la promessa matrimoniale non è il frutto effimero di un’emozione, ma «un atto che impegna la libertà» e che riconosce nell’altro «non un ideale, ma una persona concreta, con una storia, una fragilità, un destino». Parole vere per chi come me e come mio marito ha scoperto, spesso con un misto di stupore e smarrimento che l’altro non è “quello perfetto”, l’uomo ideale, la donna ideale ma quello reale che la Provvidenza ha affidato per la sua salvezza, cioè per la sua felicità.

Accettare che l’altro non è fatto su misura, che non colmerà ogni vuoto, che non basterà a salvarmi. E tuttavia restare. Restare non per dovere, ma perché si intravede — nella presenza imperfetta dell’altro — una chiamata più grande, una vocazione appunto. La Nota lo ricorda con forza: «L’uomo e la donna non diventano una sola carne per fusione, ma per alleanza». L’alleanza con Dio. L’unità non è spontaneità, è dono. Non nasce quando tutto è facile, ma quando si decide, liberamente, di mettere l’io al servizio del noi.

Io ho incontrato sposi che questa unità l’hanno vissuta e la vivono ogni giorno. Una donna che ha vegliato il marito malato per anni, dicendo in silenzio, ogni notte: “il mio posto è qui”. Un uomo che ha accolto i giorni bui della moglie come fossero suoi. Una coppia che ha costruito una casa piena di figli, e poi ha imparato a ricominciare quando tutti se ne sono andati e si sono trovati di nuovo soli, come all’inizio. Storie misurate non sui sentimenti, ma sulla fedeltà: quella fedeltà che, dice la Nota, «non è un muscolo che si tende, ma un affidarsi reciproco nella grazia».

E non posso non pensare a quanto ci affanniamo nella vita a cercare il nostro posto. Lo cerchiamo nel lavoro, nelle relazioni, nei successi, nell’approvazione degli altri. Lo cerchiamo perfino fuori dal matrimonio, come se la vita vera fosse altrove. E invece la Scrittura, citata nella Nota, ci riporta sempre lì: «I due saranno una sola carne». È lì, in quell’intimità che non è solo corpo, ma salvezza condivisa, che si trova il posto che si cerca invano altrove. Un posto che non si conquista, ma si riceve. Un posto che non cambia quando cambiano gli anni, le rughe, gli entusiasmi. Un posto che dura.

Perché in fondo — e qui la Nota ci tocca nel punto più segreto — tutti vogliamo essere amati per sempre, non a tempo determinato. Nessuno si sposa per essere lasciato. Nessuno sogna un amore “finché dura”. Il cuore umano lo sa: «Il desiderio di un amore senza fine — scrive la Nota — è iscritto nell’uomo come nostalgia del suo Creatore». E questo desiderio prende forma, in modo fragile ma reale, nel volto concreto dello sposo, della sposa: un carattere diverso dal mio, un limite che urta il mio, un’imperfezione che non combacia perfettamente con i miei desideri. E tuttavia, misteriosamente, quel volto è il volto scelto per me.

La monogamia, allora, non è la rinuncia a infinite possibilità, come il mondo pensa. È la scelta di un’unica possibilità — quella che mi è data — per farne una storia compiuta. È l’avventura serissima di diventare una sola carne, giorno dopo giorno, attraverso la tenerezza e le incomprensioni, il perdono e la lotta, la gioia e la noia, la fedeltà nei dettagli, la fiducia nella Provvidenza. È la scoperta, a volte tardiva ma luminosa, che l’amore non è trovare chi mi assomiglia, ma chi mi conduce — con i suoi passi imperfetti accanto ai miei — verso quell’eternità che Dio già su questa terra ha pensato per noi due e che ci chiede di vivere e testimoniare con gioia. Per sempre.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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