27 Novembre 2025

I bambini “sospesi” della famiglia nel bosco: adulti facciamo tutti un passo indietro

Alcune vicende, come certi sentieri di montagna, sembrano chiare soltanto a distanza. Poi, quando ci si avvicina, la nebbia si alza all’improvviso, e ogni passo richiede cautela. La storia della famiglia del bosco in Abruzzo è una di queste. Intorno si è accumulata una coltre di parole, giudizi, accuse e rivendicazioni. Una nube così densa che rischia di farci smarrire ciò che dovrebbe guidare ciascuno: l’attenzione ai bambini. E lo dico da chi ogni giorno, mentre si reca al suo posto di lavoro, incontra lo sguardo e la cura dei bambini accuditi in una casa di accoglienza a conduzione familiare.

I loro occhi mi fanno dire che, prima di ogni battaglia ideologica, prima delle interpretazioni, della politica e delle nostre paure collettive, ci sono tre creature che vivono giorni interi in una condizione sospesa. A loro non interessa il dibattito su come si dovrebbe o non si dovrebbe vivere. Non hanno voce nelle discussioni televisive né capiscono i titoli cubitali dei giornali. Loro capiscono altro: lo sguardo della madre, la presenza del padre, il ritmo di una giornata che parla di sicurezza o di smarrimento. Capiscono la continuità degli affetti, quel filo silenzioso che permette al cuore di crescere forte.

Ciò che dovrebbe guidarci non è la difesa di un mondo antico contro uno moderno, o viceversa. Lo sviluppo di un bambino non è un campo di battaglia culturale. È un territorio sacro, che deve rispondere a criteri semplici e profondi, confermati dagli studi scientifici ma comprensibili anche al buon senso di chiunque abbia amato un bambino: stabilità emotiva, cura, presenza, affidabilità, protezione e anche un ambiente “idoneo” senza necessariamente essere più o meno modernizzato. Eppure, rischiamo di perdere di vista proprio questo. La paura collettiva, quando non viene riconosciuta, diventa una lente che distorce. Così, nel tentativo di proteggere (i giudici), si finisce per ferire. Nel desiderio di avere ragione (i genitori), si finisce per spostare l’attenzione da ciò che è essenziale.

Per questo gli adulti, tutti gli adulti in gioco, dovrebbero fare un passo indietro. I genitori dovrebbero restare compatti, non contro qualcuno, ma con i propri figli: collaborativi, aperti, consapevoli che essere madre o padre significa anche accettare un confronto con i giudici e gli assistenti sociali, soprattutto quando la posta in gioco è alta, il bene dei loro figli. I giudici e gli assistenti sociali dovrebbero muoversi con la delicatezza di chi maneggia cristalli antichi: garantire la continuità degli affetti mentre cercano la verità dei fatti. Ho capito che stanno cercando da un anno di interloquire con i genitori ma intervenire in quel modo lì, con la polizia neanche si trattassero di criminali e soprattutto dare tempi minimali per la relazione genitoriale è ingiustificabile. Bisogna mantenere il più possibile quel respiro familiare che sostiene i bambini nei momenti di incertezza.

La vulnerabilità di questi tre piccoli è un bene troppo prezioso per essere trattato come merce da bancarella, spostata a seconda degli schieramenti. Non si protegge un bambino impugnando il diritto come una spada. Non lo si protegge neppure brandendo l’amore come un’arma assoluta. La tutela non è una dimostrazione di forza; è un ascolto, un atto di umiltà.

Invece di moltiplicare opinioni, dovremmo imparare a fare silenzio. Lo vorrei dire soprattutto a noi media che amplifichiamo quella o quell’altra posizione. In quel silenzio, forse, potremmo tornare a sentire la voce dei bambini: una voce che chiede attenzione e cura. Se riuscissimo davvero a metterli al centro — non come simbolo, non come bandiera, ma come esseri unici e fragili — allora sì, potremmo trovare la strada che oggi sembra perduta. Una strada che non appartiene a nessuno e appartiene a tutti: quella del buon senso, della responsabilità, della tenerezza. È da lì che bisogna ricominciare. Sempre.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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1 risposta su “I bambini “sospesi” della famiglia nel bosco: adulti facciamo tutti un passo indietro”

Gentile Dottoressa,
Complimenti per il suo bellissimo articolo! Mi piace inviarle anche un mio articolo sullo stesso argomento. Grazie

I BAMBINI NEL BOSCO
Gentile Direttore,
Questa non è una favola ma ci somiglia molto!
E infatti ho appreso da giornali e TV che una famiglia composta da 2 genitori e 3 bambini di 8 /10 anni vive in condizioni disastrose, senza luce elettrica e acqua corrente e riscaldamenti e senza andare a scuola e senza medicine e insomma vive un po’ come viveva Tarzan!
E ho subito pensato “Finalmente una bella notizia invece che guerre alluvioni e terremoti e furti e omicidi!”
Insomma e lo dico subito “sto dalla parte dei bambini e della loro famiglia”
Anche se non vanno a scuola e non sono istruiti hanno imparato però a cavarsela in qualche modo e allevano animali da cortile e mangiano quel che riescono a raccogliere dal bosco e credo che non sono mai andati al Supermercato a far la spesa. Questa vita rurale (infatti vengono chiamati “neorurali” come altre famiglie simili) è stata scelta da loro come modello di vita semplice ma senza voler condannare chi non la pensa come loro e infatti hanno accettato di essere aiutati quando è stato necessario ricoverare in ospedale tutta la famiglia per una intossicazione da funghi. Insomma non rubano e non sono delinquenti e credo che non danno fastidio a nessuno e si incontrano nel bosco coi loro simili e fanno anche qualche festa e forse cantano e ballano assieme e si divertono così, senza dare fastidio o problemi a noi tutti.
Non parlano italiano e forse non sanno scrivere perché non sono mai andati a scuola ma parlano in inglese come i loro genitori da cui apprendono come comportarsi per potersela cavare sempre in questo mondo moderno che pur con tanti progressi tecnologici è certamente più ostile e pericoloso del loro modo di vivere.
Però il “mondo moderno” ha deciso che questo modo antico di vivere ( che in fondo non è molto distante dal nostro perché cento anni fa, quando non c’erano tante comodità, bisognava, specie durante le guerre, cercare di sopravvivere a tanti disagi) non è tollerato ai nostri giorni e quindi è stato deciso che i bambini dovranno andare a scuola e vaccinarsi e insomma cercare di diventare come noi e quindi sono stati allontanati dalla loro famiglia e adottati dalla nostra “società civile” che è certamente più moderna e quindi migliore. Io credo però che ognuno dovrebbe vivere e crescere come preferisce e se non ruba e non uccide e insomma non è nocivo per noi tutti ha diritto ad andare avanti. senza ostacoli e senza punizioni e senza guerre!
Forse dovremmo noi imparare da loro come ci si comporta se improvvisamente dovessimo fare a meno della luce e del riscaldamento e del cibo abbondante che ora abbiamo e insomma se davvero si verificasse una “terza guerra mondiale” con bombe atomiche e distruzioni devastanti, forse soltanto comportandoci come loro alcuni di noi potrebbero sopravvivere! Cordialmente da Giuseppe Amalfitano (ISCHIA)

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