AMORE PER LA VITA
Ama il prossimo tuo come te stesso, non di meno. Anche se sei madre di famiglia
Di Anna, madre di famiglia
Oggi la testimonianza di Anna, una moglie e una mamma che, pensando di amare di più i suoi, per non gravare su marito, colleghe, genitori, per mesi ha trascurato dei sintomi che avrebbero richiesto un’indagine sulla sua salute. Presa dal fare, dall’esserci per tutti, ha dimenticato la cura di sé. Una condizione non rara per le donne che, come lei, hanno un notevole carico mentale e un gran da fare. Anna, però, oggi viene a dirci che, trascurando noi stessi, anche fosse per pensare alla famiglia, stiamo dimenticando un messaggio importante di Gesù: “Ama il prossimo tuo come stesso”. Come te stesso, appunto, non di meno. Ecco cosa ci racconta…
Sono mamma di tre figli e mi divido tra lavoro in ospedale, impegni familiari, un piccolo lavoretto che mi permette di arrotondare e mi appassiona. I miei tre figli sono meravigliosi e li amo con tutto il cuore, sono loro il motore delle mie giornate. Per aver cura di tutta questa vita che il Signore mi ha donato, spesso metto da parte me stessa. Mi dico sempre: “Ciò che è per me può aspettare”. Così facendo, però, a volte, la vita ci presenta il conto. A me è capitato. Ho sottovalutato dei sintomi e… ora so che, per amare gli altri, non dobbiamo rinunciare all’amore per noi stessi. Per circa due mesi mi sono sentita giù di tono, dimenticavo ogni giorno qualcosa e avevo, come dire, una sorta di malessere generale, come se mi sentissi incapace di fare tutto.
Ho tenuto sempre dentro questa strana sensazione. Al lavoro, con le mie colleghe, non c’era tempo per parlare, e, d’altronde, qualcuna aveva sempre più bisogno di me di essere ascoltata. Mi mettevo da parte, pensando che le frustrazioni della collega fossero più degne di attenzione delle mie.
Sentivo mancarmi qualcosa, ma non sapevo cosa. Mi dicevo: “Magari vado a parlare con il mio parroco, ma cosa gli dico, se non capisco cosa mi manca?”. Così, andavo a letto portandomi dentro, giorno dopo giorno, questa pesantezza. Non lo capivo, ma il mio corpo mi stava mandando segnali e io mi ostinavo a non ascoltarli. “Sarà che sono stressata, o forse è solo colpa del mio brutto carattere”, mi dicevo.
Era giovedì, lo ricordo bene. Finalmente, con la collega di turno sono riuscita a parlare di qualcosa che avvertivo come un “male di vivere”. Lei mi ha detto di aprirmi con qualcuno di competente, perché percepiva qualcosa che non andava. Mi ha detto: “Questa non sei tu”. Seguendo il suo consiglio, ho contattato una psicologa, che mi ha dato appuntamento al sabato.
Durante il turno di quel giovedì, però, mi tremavano le gambe. Il venerdì mattina ho fatto il prelievo di sangue, per dei controlli medici richiesti al lavoro. Subito dopo, sono tornata a fare il mio; di professione accudisco le persone in ospedale. Le gambe, però, continuavano a tremare. Sono andata avanti, come se nulla fosse.
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Alle undici è arrivata una chiamata: era il medico. Avevo l’emoglobina a terra, dovevo fare una trasfusione. Per una serie di peripezie, non sono riuscita ad accedere subito al centro trasfusionale, mi hanno mandata a casa, in attesa, ma sabato pomeriggio ho iniziato a non reggermi più in piedi e mio marito mi ha portata in pronto soccorso, dove sono svenuta. Alla fine, i medici hanno optato per una serie di flebo di ferro, anziché una vera e propria trasfusione. Mi sono sottoposta al trattamento ogni giorno, per più giorni.
Oggi scrivo di martedì e sento che il mio corpo è in ripresa, ma ho passato una settimana a letto praticamente senza riuscire a fare nulla. In questi giorni ho pregato molto e pianto per qualcosa di semplice e meraviglioso al tempo stesso: sono stata inondata da un fiume di affetto, messaggi, le persone a me vicine si stavano preoccupando per me; mi sono sentita “coccolata” da tante persone care.
Il motivo di questa mancanza di ferro ha richiesto una serie di accertamenti. Ieri, a pranzo, mi sentivo un po’ abbattuta, perché non vedevo ancora una diagnosi. Con questo umore, sono andata ad ascoltare in rete una catechesi di don Fabio Rosini e queste parole hanno risuonato in me: “Se hai una croce, inutile che ti ci dimeni dentro, ti fai ancora più male. Quella croce devi abitarla, devi stazionarci dentro e osservare dove ti porta, ti fara fare un viaggio nel tuo io che nemmeno ti immagini”. E così mi sono detta: “Forse oggi devo abitare questa croce” e mi sono sentita più serena.
Oggi sono già più vicina alla diagnosi e ringrazio Dio per tutti i medici che mi hanno avuto in cura. Una diagnosi probabilmente ginecologica ed evitabile, se solo mi fossi presa cura di me con dei controlli di routine. Non voglio più dirmi: “Io posso aspettare”. Tra tutti i doni che Dio ci ha fatto, c’è anche il nostro corpo per stare su questa terra: finché possiamo, dobbiamo trattarlo come un tempio da custodire. Non dobbiamo idolatrarlo, ma curarlo e rispettarlo come un dono prezioso. Quindi controlliamoci, curiamoci e amiamoci. Solo amando noi stessi possiamo trasmettere amore al prossimo e al mondo.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).













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