CORRISPONDENZA FAMILIARE
Sposi si nasce, coniugi si diventa. La prima e più grande sfida
1 Dicembre 2025
Foto di Papa Leone derivata da: Edgar Beltrán, The Pillar, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons
La lunga esperienza sacerdotale, a contatto con gli sposi, mi ha fatto comprendere che la comunione coniugale è la prima e più grande sfida dell’avventura nuziale; ed è anche il punto più debole della vita affettiva, il deficit più diffuso, quello che fa evaporare la passione dei sentimenti e crea tra gli sposi una distanza che progressivamente cresce fino a diventare un muro. Sono convinto che la stabilità e la fecondità della famiglia dipende unicamente (da sottolineare tre volte) dal desiderio, dall’impegno e dalla capacità di costruire una comunione coniugale che abbraccia tutta la vita e tutto nella vita. Desiderio, impegno e capacità: non sono sinonimi ma tre aspetti diversi e complementari di uno stesso progetto di vita.
Per questo e tanti altri motivi ho accolto con intima gioia il documento Una caro (Una sola carne), a firma del Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha un sottotitolo molto eloquente: “Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca”. Finalmente un documento magisteriale che mette in primo piano la necessità di fare della comunione coniugale l’ineliminabile pilastro della vita familiare. Non ho mai nascosto il mio disagio nel constatare che la legittima attenzione ai divorziati risposati, amplificata a dismisura dall’esortazione Amoris laetitia di Papa Francesco, di fatto aveva oscurato l’impegno ad accompagnare quegli sposi che, malgrado le difficoltà e non senza sacrificio personale, avevano scelto di restare fedeli al patto nuziale ma avevano bisogno di essere accompagnati e sostenuti nel loro cammino.
La Nota approfondisce un tema centrale e decisivo nella teologia cattolica del matrimonio ma che, come ammettono gli estensori, non è stato adeguatamente sviluppato (n. 4). In effetti, richiamare il valore della famiglia non basta più, non bastava prima e meno ancora oggi. Paradossalmente una generica insistenza sulla famiglia può diventare controproducente in quanto serve solo ad acquietare la coscienza del mondo cattolico. Se davvero crediamo che la famiglia sia la culla e il cuore della vita sociale e della missione ecclesiale, dobbiamo mettere in campo tutte le iniziative possibili per aiutare gli sposi a diventare coniugi.
Sposi si nasce, coniugi si diventa.
Essere sposi significa essere legati da una promessa. Il vocabolo deriva dal verbo latino spondere che significa promettere. Una promessa certamente impegnativa, se viene fatta con consapevolezza. Non si arriva alle nozze senza un cammino che traduce l’innamoramento in amore e l’amore in una comunione che, nelle intenzioni, impegna gli sposi a camminare insieme. Ma… e qui sta il bello, il giorno delle nozze rappresenta solo l’inizio dell’avventura, il primo passo di un cammino a due, il primo mattone di una casa tutta da costruire, giorno per giorno, con gioia ma non senza fatica. E solo chi accetta la fatica custodisce la meta.
“Non sono più due ma una sola carne” (Mt 19,6): le parole di Gesù sono una luminosa provocazione. Annunciano la grazia che Dio dona agli sposi nel giorno delle nozze ma, al tempo stesso, indicano con chiarezza la strada da prendere. Si tratta di passare dall’io al noi, come ha detto anche Papa Francesco: “gli sposi dovrebbero formare una prima persona plurale, un «noi»” (Udienza generale, 23 ottobre 2024). È bene far notare che questo passaggio non è automatico ma il frutto maturo di un impegno che coinvolge entrambi i coniugi.
Gli sposi sono due e restano due, ciascuno con la propria storia, il proprio carattere e la propria sensibilità. E tuttavia, sono chiamati a diventare uno. La comunione coniugale non è data dalla somma di due persone (io + tu fa sempre due) ma dalla divisione (1 ÷ 1 = 1), cioè dalla disponibilità a vivere ciascuno a servizio dell’altro, facendosi pane spezzato,
Non basta stare sotto lo stesso tetto,
non basta dormire nello stesso letto,
occorre fare gli stessi sogni.
Si tratta di passare dall’ingenua promessa alla matura coniugalità. Aiutare gli sposi a diventare coniugi è – e purtroppo devo scrivere dovrebbe essere – il criterio fondamentale che orienta e irriga la pastorale familiare.
Erri De Luca scrive che due “non è il doppio ma il contrario di uno”. Non è facile essere in due e diventare uno. Essere in due significa fare alleanza, leggere insieme gli eventi, armonizzando le diverse sensibilità, camminare insieme, affrontare insieme la vita e portare insieme le responsabilità e il peso delle difficoltà. Significa custodire l’unità come il primo e il più grande dei beni.
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E proprio perché non è facile fare della comunione il criterio della vita coniugale, è necessario ricordare che il filo che può legare gli sposi in modo duraturo non può essere quello fragile del sentimento, perché si può facilmente spezzare. Il filo che costruisce unità e permette di vivere una corrente di amore che dall’io raggiunge il tu e viceversa, si chiama Spirito Santo, cioè l’amore del Padre e del Figlio che è stato riversato nei vostri cuori nel giorno delle nozze. Grazie a questo filo divino, la fragile e imperfetta unità coniugale diventa sacramento dell’alleanza che unisce Dio al suo popolo.
La Nota dottrinale non dice nulla di nuovo, si limita ad offrire una lettura biblica e teologica della comunione coniugale in continuità con il magistero degli ultimi decenni. Può essere facilmente archiviata come un altro documento del magistero. Punto Famiglia lo accoglie come una nuova e più autorevole sollecitazione a continuare la missione che ha ricevuto, quella di ricordare che la famiglia ha un ruolo fondamentale e decisivo nella vita ecclesiale e sociale.
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