“L’amore a scadenza è un amore scadente”. Lo schiaffo del Papa in Libano alla generazione Tinder

Immagine derivata da: Edgar Beltrán, The Pillar, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Dalle macerie di Beirut, il Pontefice sfida i giovani a una rivoluzione contro la cultura del provvisorio. In un Libano senza Presidente e senza pace, la vera resistenza diventa quella di restare.

Noi confessiamo davanti all’Unico Dio / Che eravamo invidiosi di te / Che la tua bellezza ci ha ferito / […] Noi adesso ci rendiamo conto che le tue radici sono in profondità dentro di noi / Alzati da sotto le macerie / Come un fiore di Mandorlo in aprile”. Le parole di Nizar Qabbani, il poeta che cantò Beirut come “Signora del Mondo” ferita dai suoi stessi amanti, non sono mai risuonate così vere come la sera del primo dicembre. Nel piazzale di Bkerké, sotto un cielo invernale che per una volta non porta il rombo dei droni ma il silenzio dell’attesa, Papa Leone XIV ha scelto di consegnare parole che toccano il cuore.Davanti a lui migliaia di giovani. Siriani, iracheni, ma soprattutto libanesi. Una generazione nata nella crisi, cresciuta con la valigia pronta e l’anima in affitto. A loro, il Papa ha consegnato tanto dura quanto necessaria: “Un amore a scadenza è un amore scadente”.

La visita di Leone XIV in Libano non è un semplice pellegrinaggio. Arriva nel 1700° anniversario del Concilio di Nicea, ma soprattutto arriva in un Paese che è lo specchio infranto del Medio Oriente. Il Libano è senza presidente della Repubblica da anni, schiacciato da una crisi economica che ha polverizzato la classe media (l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà) e stretto nella morsa di un conflitto regionale che, nonostante le tregue fragili, continua a sanguinare.

Venire qui significa dire al mondo che il Paese dei Cedri non è un deposito di profughi o un campo di battaglia per procura tra potenze straniere, ma un “Messaggio”, come lo definì Giovanni Paolo II. È un azzardo diplomatico e spirituale: chiedere unità dove tutto è frammentato.

Ma l’affondo del Papa va oltre la politica. Colpisce al cuore la sociologia della Gen Z e Alpha in Medio Oriente (e non solo). I giovani libanesi vivono in un eterno presente. Perché costruire, se domani tutto può crollare? Perché legarsi per sempre, se il futuro è un’incognita o un visto per l’estero? È il dubbio al cuore di tutti i giovani, in ogni parte del mondo.

I dati sono impietosi: ovunque i dati dell’emigrazione giovanile toccano picchi storici. Chi resta, vive spesso relazioni a tempo determinato. L’instabilità politica, percepibile ovunque, non solo in zone instabili come il Libano, è diventata instabilità emotiva. È la “generazione Tinder”: si consumano relazioni veloci, si cerca conforto immediato, si ha il terrore di progettare.

Perciò le parole di Leone XIV suonano rivoluzionarie. Dire “Non si ama davvero se si ama a termine” in un luogo dove tutto è a termine, suona come una provocazione importante, una richiesta di ribellarsi alla logica dello scarto che governa sia l’economia che i sentimenti.

Il Papa ha offerto una via d’uscita a questa cultura della liquidità. Ha parlato del cedro, simbolo del Libano, la cui forza non è nei rami che si vedono, ma nelle radici che sono nascoste. “La vera resistenza al male non è il male, ma l’amore” ha detto, ringraziando anche le testimonianze di Anthony, Maria, Elie e Joelle, giovani che hanno scelto di raccontare la propria esperienza.

E ha indicato San Charbel, il santo dagli occhi chiusi, come modello in un mondo dominato dall’immagine, dall’apparire, dagli schermi sempre accesi. Un invito a “chiudere gli occhi” per ritrovare la profondità. Una critica feroce alla superficialità dei social network, dove le relazioni si consumano con uno swipe.

La conclusione è un appello alla speranza quale “virtù povera”, che si presenta a mani vuote ma libere per agire. Se decenni di guerra hanno insegnato ai giovani come chiudere le porte e come fuggire, Papa Leone è venuto a dire che la vera rivoluzione è restare. È costruire un noi che superi l’egoismo dell’io.

Come nella poesia di Qabbani, l’invito finale non è solo poetico, ma esistenziale: “Alzati da sotto le macerie / In onore dell’umanità / Alzati, o Beirut!”. E con lei, alzati generazione che hai dimenticato come si ama per sempre.




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