Il nuovo Atlante dell’Infanzia di Save the Children fa emergere un dato inquietante: il 42% dei ragazzi tra 15 e 19 anni cerca nell’Intelligenza Artificiale conforto nelle tristezze, nelle ansie, nei dubbi sentimentali. Tradotto: l’educazione artificiale ha sostituito l’educazione sentimentale. Un adolescente in crisi non cerca un adulto: cerca un algoritmo.
Mentre digeriamo questo, dagli Stati Uniti arriva un’inchiesta giornalistica che denuncia conversazioni in cui un chatbot avrebbe dato a presunti minorenni perfino indicazioni per accedere a risorse legate alla “transizione di genere” senza informare i genitori. Che i dettagli riportati siano controversi o richiedano ulteriori verifiche non cambia il punto fondamentale: se un minore trova più facile aprirsi con un software che con chi dovrebbe custodirlo, significa che abbiamo abdicato al nostro ruolo educativo.
La tecnologia non è il nemico ma lo diventa quando riempie spazi lasciati colpevolmente vuoti. Quando sostituisce lo sguardo, la responsabilità, la presenza. L’educazione affettiva non è un tutorial sanitario: è una trasmissione di senso, di fiducia, di radici. È lì, in quel tessuto di relazioni vive, che nasce la capacità di amare. Se i ragazzi dialogano con i robot è perché gli adulti hanno smesso di parlare, o parlano solo di rischi, paure, precauzioni. L’eros — che dovrebbe essere scoperta, bellezza, dono — è stato ridotto a un terreno minato. E l’intelligenza artificiale si è infilata in questo deserto emotivo con una velocità impressionante.
Sappiamo noi adulti che la vita affettiva non si insegna con l’istruzione, ma con la testimonianza. Non con linee guida, ma con vite che mostrano la gioia dell’amore, del dono, della relazione. Nessuna AI potrà mai sostituire questa ricchezza. Per questo l’urgenza non è demonizzare la tecnologia, ma ricostruire una presenza adulta capace di educare, accompagnare, custodire. Prima che ai nostri figli resti davvero una sola voce da ascoltare: quella degli algoritmi.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



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