VITA NEL GREMBO
“Concepirai un figlio”: è Natale dai nove mesi precedenti. Anche Gesù è stato embrione
Philippe de Champaigne, The Annunciation (particolare), ca. 1644, The Metropolitan Museum of Art - New York
di Fabrizia Perrachon
Ci sono verità che, pur essendo semplici, possiedono una forza capace di scuotere l’anima: una di queste è il fatto che Gesù, vero Dio e vero uomo, ha trascorso nove mesi nel grembo della sua mamma. Non un gesto simbolico, non un’apparenza ma una realtà concreta, fisica, umile e gloriosa allo stesso tempo. In quei nove mesi, Dio ha preso il nostro tempo più fragile, il tempo dei battiti veloci e dei movimenti silenziosi, santificandolo.
Quando professiamo nel Credo: «…per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria…», affermiamo che il Figlio di Dio ha accolto fino in fondo la nostra condizione umana. Mi piace riflettere sul fatto che, nella Sua onnipotenza, avrebbe potuto comparire in questo mondo già nato, piccolo bambino o addirittura adolescente. Avrebbe potuto, e invece non è arrivato adulto, non è sceso dal cielo già maturo: ha voluto essere concepito.
Nel vangelo di Luca leggiamo: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 29). “Concepirai” e “figlio” sono parole chiave: in Maria avverrà a brevissimo quello che possiamo definire “il miracolo nel grembo” ossia l’avvio della vita, la scintilla dell’eternità che Dio fa scoccare, segno umano dell’amore divino. In un grembo, chi ci sarà mai? Forse un pesciolino rosso o una farfalla? No, un figlio. “Prodotto del concepimento”, “grumo di cellule” ed altre espressioni simili sono soltanto il triste – e rozzo – tentativo di annichilire con un linguaggio scorretto ciò che davvero avviene nell’utero femminile, appunto “il miracolo nel grembo”, nel quale prende vita una creatura.
Gesù è stato tutto questo, figlio dal primo istante, è stato ontologicamente Gesù dal primo istante. Non dopo la dodicesima, la ventesima o un’indefinita settimana di gestazione; da subito. Da subito Dio, e da subito uomo, nell’indifeso, minuscolo ma dolcissimo e meraviglioso corpicino che prende forma, che cresce, a cui batte il cuoricino, a cui si sviluppano dita, arti e organi, che inizia a succhiarsi il pollice, a muovere i piedini e a riconoscere voce e carezze di mamma e papà.
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Come tutti gli esseri umani, come tutti noi, né più né meno, il Dio eterno è diventato una persona che cresceva giorno dopo giorno nel corpo di una mamma. Come tutti gli esseri umani, come tutti noi, né più né meno, per nove mesi il Creatore è stato portato, sostenuto, custodito, ascoltando il ritmo del cuore di Maria, assorbendone i nutrienti, ricevendo ossigeno dal suo sangue.
Il Signore della vita ha scelto di dipendere da una madre; e, in questo gesto, ha così consacrato la maternità e ogni suo istante. Ha consacrato ogni maternità, ogni paternità e ogni istante di vita prenatale, quindi, anche tutte quelle che nascono “direttamente Lassù”, avendo solo sfiorato questo mondo. Perché tutti i frutti del grembo sono figli, nessuno escluso. I Padri della Chiesa amavano contemplare Maria come arca dell’Alleanza, come tabernacolo vivente, perché in lei abitava la Presenza. Eppure, prima ancora di questo titolo glorioso, Maria è stata semplicemente una donna incinta, affrontando la stanchezza, i cambiamenti del corpo, il peso della pancia che cresceva giorno dopo giorno. Ha affrontato giudizi e pregiudizi, sguardi severi e sospettosi, rischiando la sua stessa vita. Ma ha scelto: con il suo sì, umile ma solenne – il cui eco risuona ancora e risuonerà per sempre – ha scelto la vita, ha scelto l’amore, ha scelto quel figlio. È vero, lo ha fatto sapendo che dentro di lei cresceva il Figlio di Dio, ma non per questo la sua maternità è stata meno umana; anzi, è proprio in quella normalità che Dio ha scelto di agire.
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