La forza del perdono: intervista a Ettore Leandri, presidente di “Sposi per sempre”
Abbiamo incontrato di nuovo Ettore Leandri, sposo fedele alle promesse matrimoniali pur nella condizione del divorzio e presidente di “Sposi per sempre”. Oggi ci offre una luce sul tema del perdono, a partire dalla sua esperienza personale, ma anche basandosi sui frutti visti nel cammino condiviso con altre persone. In questa intervista ci racconta cosa accade quando lasciamo andare il rancore e spiega che per perdonare non occorre che l’altro se lo meriti. Al tempo stesso, offrire il perdono non significa perdere la nostra dignità. Ecco tutti i suoi preziosi spunti.
“La forza del perdono”. Questo il titolo di un seminario a cui hai partecipato come relatore, dedicato alle famiglie. Per qualcuno, però, perdonare è debolezza… Cosa risponderesti?
La parola stessa lo dice: per-dono, cioè “dono per”. Spesso, però, il perdono non è un dono per chi ci ha feriti, è un dono che facciamo a noi stessi, perché quando viviamo nel rancore, stiamo male noi. È come portarsi addosso una catena. Ci pensi, ti arrabbi, ti viene in mente quella scena mille volte… e dentro non c’è pace. Quando invece decidi – o anche solo inizi a desiderare – di perdonare, qualcosa cambia. Non succede tutto in un giorno, ma comincia un cammino di libertà.
Il perdono è una scelta spirituale e, insieme, umana e lo si fa non per debolezza, ma per amore del progetto di vita costruito insieme, per custodire ciò che è stato buono, per dare un nuovo senso al cammino comune. Chi perdona, in fondo, sceglie di guardare oltre l’errore, per vedere la persona.
Perdonare vuol dire: “Io scelgo di non lasciarmi distruggere dal male che mi hai fatto”.
È un atto di forza, non di debolezza. È dire: “Tu mi hai ferito, ma io non voglio che questa ferita decida la mia vita.”
Non dimenticare ma ricostruire: questa la tua idea di perdono. Come si fa?
Perdonare non vuol dire far finta di niente, le ferite restano. Le cicatrici restano. Anche Gesù risorto aveva ancora i segni dei chiodi. Però, quel dolore non pesa più, perché lo hai consegnato a Lui. Perdonare non significa lasciarsi calpestare. Non significa dare all’altro il diritto di ferirci ancora. Non significa perdere la nostra dignità. Non si può perdonare senza un lavoro profondo su sé stessi: riconoscere le proprie fragilità, i bisogni non ascoltati, le paure che si erano sedimentate da tempo. Il perdono, in questo senso, non cancella il passato, ma lo redime. È come una cicatrice: non fa più male, ma resta a testimoniare che qualcosa è stato ferito e poi guarito. E, come ogni cicatrice, racconta una storia di sopravvivenza e di rinascita. Dio stesso entra in questa logica: non ci chiede di essere perfetti, ma di lasciarci trasformare dall’amore.
In sintesi è necessario affidare tutto a Dio nella preghiera e trovare la forza nella santa comunione e nella confessione.
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E se l’altro non merita il mio perdono?
Spesso è così, pensiamo che l’altro non si meriti il perdono, specialmente nei casi in cui si ha a che fare con tradimenti, perché è una delle ferite più profonde che si possono vivere in un matrimonio. Chi l’ha vissuto lo sa: è come se un gigante ti afferrasse con la sua mano e cominciasse a stritolarti. Ti manca il respiro. Ti fa male perfino il corpo. Ti svegli la mattina e non hai più gusto per niente. Anche le cose belle ti sembrano sbiadite. Il primo istinto è la rabbia. La voglia di vendicarsi, di dire a tutti quello che è successo, di far pagare all’altro il dolore che ti ha provocato. Però, poi, capisci che non serve. Non guarisce. Non ti ridà la pace. Io, personalmente, ho scoperto che l’unico modo per respirare di nuovo era pregare. Ma non la preghiera fatta di belle parole.
Era la preghiera dei sospiri, delle lacrime, dei silenzi. E piano piano, dentro quel buio, ho capito una cosa: non ero solo. Qualcuno quel dolore lo aveva già vissuto. E quel Qualcuno era Gesù. Dio ci ama indipendentemente dai nostri meriti e proprio perché la gente non se lo merita, io perdono (è un atto di fede).
Se il perdono è a senso unico?
Nel Padre Nostro diciamo: “Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.” Ecco il punto: non possiamo perdonare davvero se non ci sentiamo perdonati. Chi pensa di essere “a posto”, di non aver nulla da farsi perdonare, fa più fatica a perdonare gli altri.
Perché il perdono nasce dall’esperienza della misericordia. Io stesso, se mi guardo dentro, vedo tante piccole infedeltà quotidiane: mancanze di pazienza, parole dette male, egoismi. Piccoli tradimenti verso gli altri e verso Dio. Quando ci si sposa promettiamo di onorare e rispettare il coniuge tutti i giorni della vita… “tutti i giorni”, capito? Quanti lo fanno davvero? Piccole infedeltà, anche se non si tradisce fisicamente con un’altra persona, le commettiamo tutti.
“Io darei la vita per te”, diciamo, poi ti chiedo di mettere la macchina in garage e sembra di avere chiesto chissà quale impresa!
Quando sperimento e sento che Dio non mi giudica ma mi abbraccia, allora sì che riesco, piano piano, a perdonare anch’io. Perché capisco che non si tratta di giustificare, ma di liberare il cuore.
Io faccio la mia parte, perdono e chiedo perdono: la risposta può non piacermi, può addirittura tardare o non arrivare, ma questa è la libertà altrui su cui non posso agire.
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Cosa puoi dire ai fidanzati su questo tema?
Da fidanzati è indispensabile esercitarsi: perdonare, chiedere perdono e perdonarsi; è un esercizio che va fatto in continuazione. Può sembrare strano, ma nella testimonianza ho provato a chiedere cosa è più difficile mettere in pratica fra i tre verbi sopra e la maggior parte ha risposto “perdonarsi”: in effetti è forse l’azione più difficile, perdonare noi stessi. Quante volte ci portiamo addosso sensi di colpa che non finiscono mai… “Non sono stato capace”, “È colpa mia”, “Non merito il perdono”. Eppure, se Dio ci perdona, chi siamo noi per non perdonarci? A volte serve il coraggio di dire: “Signore, mi fido del tuo sguardo più del mio.” Perché Dio non guarda i nostri fallimenti: guarda i nostri desideri di bene. Bisogna, però, perdonare di cuore, non tenere pronte le munizioni da scagliare alla prima occasione possibile o alla prima litigata.
Piccolo consiglio pratico per le coppie: anche solo una volta al giorno, mettetevi uno di fronte all’altro, prendetevi le mani e, guardandovi dritto negli occhi, recitate insieme il Padre Nostro, soffermandovi sulla parte che riguarda il perdono.
Qualcosa che hai imparato nella tua esperienza di sposo separato fedele…
Quello che ho detto vale anche per chi, come tanti, vive una separazione. Perdonare non vuol dire dover tornare insieme, ma anche in quei casi, il perdono è l’unico modo per non rimanere prigionieri del passato. Perché il dolore non si cancella. Non possiamo far finta che non sia successo. Però possiamo lasciare che Dio lo trasformi: è un cammino interiore, che richiede tempo, mesi, a volte anni, ma ti libera dalle catene e ti dà la vera pace. E spesso, non è mai “una volta per tutte”: bisogna rinnovarlo ogni giorno. Se oggi riesco a parlarne con serenità, è solo perché ho sperimentato che il Signore “non butta via niente”: neanche il dolore più grande. Anzi, proprio da lì può nascere qualcosa di nuovo. Credo che il perdono sia proprio questo: permettere a Dio di entrare nel nostro dolore, di lavorarci dentro, di farne qualcosa di nuovo. Da soli non ce la facciamo. Però, se il dolore lo viviamo con Gesù, in Gesù e per Gesù, allora sì che acquista un senso.
Un messaggio in chiusura…
Vorrei chiudere con un’immagine che mi accompagna spesso: quella di Gesù sulla croce. Ferito, tradito, deriso… Avrebbe potuto sterminarci tutti anche senza dire niente. Eppure dice: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno.” Lì c’è la forza del perdono. Non è il perdono del “forte”, che guarda dall’alto in basso il colpevole. È il perdono di chi ama fino in fondo, anche dentro il dolore. E allora forse il segreto è questo: accettare di essere amati, anche quando non lo meritiamo. Solo chi si sente amato davvero può perdonare. Solo chi ha ricevuto misericordia può donarla.
E quando questo succede, quando il cuore si apre, anche la ferita più profonda può diventare qualcosa di prezioso, che brilla e che testimonia la forza dell’amore.
Non c’è matrimonio senza croce. Ce lo diciamo spesso, ma raramente lo viviamo davvero. Tutti vogliamo un amore che ci faccia stare bene, ma il Vangelo ci propone un amore che ci faccia diventare santi. E la santità passa anche dal perdono.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).












1 risposta su “La forza del perdono: intervista a Ettore Leandri, presidente di “Sposi per sempre””
Sono un anconetano che vive fuori regione, mi fa piacere che un anconetana abbia affrontato questo tema, scusate il campanilismo, ma solo un’anconetana poteva affrontarlo con intelligenza. Essere cristiani separati è un dramma sconosciuto e il testo di questo dramma, a volte, è interpretato da attori, che non possono capirlo. Tempo fa ho ascoltato una puntata di una trasmissione radiofonica di una suora che teneva questa rubrica periodica sul matrimonio: con tutto il rispetto che si deve a chi indossa l’abito religioso, sarebbe superfluo dire che si è ascoltato solo una lista di luoghi comuni; per questo ho apprezzato le risposte del Presidente, perché solo chi ci è passato può veramente testimoniare.