TEMPO DI NATALE
“Accogliere il vagito di Dio”: il tempo del Natale, secondo Papa Leone
L’omelia di Natale di Papa Leone XIV presenta l’Incarnazione come la sorpresa di un Dio che si fa fragile e silenzioso, che non parla, ma piange e ci dona la sua presenza nella piccolezza. Solo toccando la carne sofferente degli altri si diventa davvero figli di Dio, solo vivendo la tenerezza e superando l’indifferenza e la chiusura su sé stessi possiamo sperimentare la pace. Quali passi siamo chiamati a fare noi, ciascuno di noi per accogliere Dio, oggi, nell’altro?
La liturgia del Natale ci pone di fronte: a una “sorpresa”: il Verbo di Dio “appare e non sa parlare”, viene a noi come “neonato che soltanto piange e vagisce”. “Si fece carne e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza”: sono le parole di Papa Leone XIV, nella Messa di Natale, pronunciate la mattina del 25 dicembre. “Carne – per il Pontefice – è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone”.
Il Papa fa notare che “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”, eppure, “A quanti, però, lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,11). Ecco “il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. È un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole”.
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In altre parole, sperimentiamo la pace quando iniziamo ad amare Cristo nelle sofferenze del mondo.
“Come scrisse l’amato Papa Francesco – ha proseguito – per richiamarci alla gioia del Vangelo: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza” (Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).
Infatti, “Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato”.
Non è scontato vivere tutto questo: “il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato”.
Ecco la strada della missione suggerita da Leone XIV: “una strada verso l’altro”. “In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa”. Lo stile di vita mondano, invece, consiste nell’“avere per centro sé stessi”. Per il Papa occorre dunque guardare all’Incarnazione, per scoprire “un dinamismo di conversazione”. Un aiuto ci viene da Maria: “la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace”. In lei “comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta”.
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