Cooperatori della verità. Il ministero di Benedetto XVI

Foto derivata da: Mark Bray, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Sono passati tre anni dal giorno in cui ha concluso i suoi giorni terreni ma la voce e il magistero di Benedetto XVI continuano ad accompagnare la vita della Chiesa. Come testimonia una recente pubblicazione che raccoglie un secondo gruppo di omelie inedite proposte dal Papa nelle celebrazioni con la famiglia pontificia. Quando la pubblicazione dell’opera omnia sarà terminata avremo un corpus teologico e dottrinale di grande respiro, un riferimento sicuro per chi desidera affrontare le sfide della storia restando ben radicati nella grande tradizione della Chiesa. 

Durante tutta la sua vita Joseph Ratzinger ha parlato sempre con voce gentile, anche quando ha dovuto prendere posizioni forti e controcorrente. Era un uomo mite, umile e riservato, il suo volto tradiva la caratteriale timidezza. Non aveva ambizioni, l’unico suo desiderio, in obbedienza alla vocazione ricevuta, era quello di partecipare alla vita della Chiesa attraverso la ricerca teologica. Fu Paolo VI a portarlo sulla cattedra di san Benno, a Monaco di Baviera. Fu consacrato vescovo nel 1977. Nello stesso anno ricevette anche la berretta cardinalizia. 

Qualche anno dopo Giovanni Paolo II gli chiese di assumere un ministero di particolare importanza nella vita della Chiesa: Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. In pratica il Dicastero che ha il compito di custodire la verità della fede, oggi particolarmente minacciata da correnti teologiche che, nel generoso tentativo di dialogare con il mondo, rischiano di rinunciare aprioristicamente ad alcuni elementi strutturali della fede cattolica. In quegli stessi anni il cardinale Albino Luciani, Patriarca di Venezia, diceva non senza amarezza: 

“Altri, più che profeti, sembrano dei contrabbandieri; approfittano del posto che occupano, per smerciare come dottrina della Chiesa quello che è, invece, loro pura opinione personale o anche dottrina mutuata da ideologie aberranti e disapprovate dal Magistero della Chiesa” (16 agosto 1977).

Custodire la verità della fede è il principio che ha ispirato e orientato il servizio ecclesiale di Ratzinger durante tutta la sua vita. Nell’immaginetta ricordo della prima Messa (8 luglio 1951) il giovane sacerdote sceglie queste parole di san Paolo: “Siamo i collaboratori della vostra gioia” (2Cor 1,24). Ventisei anni dopo, quando fu chiamato a indicare il motto che avrebbe accompagnato il suo ministero episcopale scelse un’altra e più significativa parola biblica, tratta dalla Terza Lettera di Giovanni (3Gv 8): Cooperatores veritatis (Collaboratori della verità). Nell’autobiografia (La mia vita) ha spiegato lui stesso che desiderava: 

«rappresentare la continuità fra il mio compito precedente e il nuovo incarico: pur con tutte le differenze, si trattava e si tratta sempre della stessa cosa, seguire la verità, porsi al suo servizio. E dal momento che nel mondo di oggi l’argomento “verità” è quasi scomparso, perché appare troppo grande per l’uomo, e tuttavia tutto crolla, se non c’è la verità, questo motto episcopale mi è sembrato il più in linea con il nostro tempo, il più moderno, nel senso buono del termine».

Poco prima della sua elezione al pontificato il cardinale Ratzinger tenne una conferenza a Subiaco, presso il monastero di santa Scolastica (1° aprile 2005). Nelle parole conclusive emerge ancora una volta quella che possiamo considerare una delle sue principali preoccupazioni: 

“Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”.

In queste parole possiamo intravedere la sua personale testimonianza: solo chi cerca Dio e vive in compagnia di Dio può fare del ministero ecclesiale, quale che sia non importa, il veicolo per comunicare Dio.

Leggi anche: Benedetto XVI: ancora oggi il suo gesto profuma di umiltà

L’obbedienza è uno dei pilastri dell’esperienza di fede. E tuttavia, con quella libertà che lo ha sempre contraddistinto, quando ricevette il primo invito di andare a Roma il cardinale Ratzinger chiese al Santo Padre di restare ancora nella diocesi di Monaco per continuare quel ministero che aveva iniziato da pochissimi anni. Giovanni Paolo II acconsentì ma… dopo non molto tempo volle incontrarlo privatamente e tornò alla carica. L’arcivescovo di Monaco si era preparato una via di fuga e gli rispose che avrebbe accettato la nomina unicamente se avesse potuto continuare a scrivere saggi teologici a propria firma, in aggiunta ai documenti ufficiali del dicastero. È solo un dettaglio ma lascia intravedere la coscienza di fede di un uomo che ha saputo conciliare la vocazione teologica, che in coscienza sapeva di aver ricevuto, con l’obbedienza alla Chiesa. 

A leggere oggi le vicende di quegli anni e di questi due grandi protagonisti della vita ecclesiale – e come tali saranno ricordati – non possiamo non sottolineare la fede profetica di Giovanni Paolo II che ha intuito il carisma teologico affidato a Ratzinger e gli ha permesso di manifestarlo nella forma più piena, preparando così (senza volerlo?) anche il successivo ministero petrino. 

Nel libro Nient’altro che la verità, pubblicato nel 2023, mons. Georg Gänswein, segretario personale di Benedetto XVI, oggi Nunzio apostolico nei Paesi Baltici, ha così sintetizzato il legame tra Papa Wojtyla e Ratzinger: 

“Giovanni Paolo II gli aveva confidato di sentirsi più ferrato riguardo alla filosofia, piuttosto che alla teologia). In fondo, si potrebbe dire che Papa Wojtyła era più indirizzato verso l’interrogazione filosofica e la ricerca intellettuale, mentre Ratzinger più alla chiarezza teologica e al rigore interpretativo. Ma a tutti noi appariva con evidenza come questi elementi si fondessero in una complementarità” (Nient’altro che la verità, 33).

Joseph Ratzinger è arrivato in Vaticano nel 1982 e forse pensava di rimanere solo una decina di anni. In realtà Giovanni Paolo II gli ha sempre rinnovata la fiducia, anche al compimento del 75° anno, anno canonico in cui i vescovi sono invitati a rinunciare all’ufficio ricevuto. Anche allora Papa Wojtyla lo confermò sine die. In una confidenza fatta al card. Tauran nel 2007, Benedetto XVI disse:

“Confesso che, al compimento del mio settantesimo anno di età, avrei tanto desiderato che l’amato Giovanni Paolo II mi concedesse di potermi dedicare allo studio e alla ricerca di interessanti documenti e reperti da voi custoditi con cura, veri capolavori che ci aiutano a ripercorrere la storia dell’umanità e del cristianesimo. Nei suoi disegni provvidenziali il Signore ha stabilito altri programmi per la mia persona” (cf Georg Gänswein, Nient’altro che la verità, 11). 

“Il Signore ha stabilito altri programmi”, confessa Papa Benedetto. E lui non si tira indietro, si lascia guidare con docilità. Fu Giovanni Paolo II a chiedergli di restare ma Ratzinger legge e vive questa decisione da credente: lui sa che la volontà di Dio passa attraverso la Chiesa e coloro che nella Chiesa esercitano il ministero dell’autorità. Sono questi frammenti che mostrano, più di tante parole, la radice spirituale di una vita piena di Dio e perciò interamente donata al servizio della Chiesa e dell’umanità. 




Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia

Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).

CONTINUA A LEGGERE



Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

ANNUNCIO


ULTIMI COMMENTI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per commentare bisogna accettare l'informativa sulla privacy.