CORRISPONDENZA FAMILIARE

Carestia di pace. Dio ama sperare con i piccoli

5 Gennaio 2026

Guerre, violenza, ribellione e impotenza delle istituzioni internazionali delineano un mondo attraversato da una profonda “carestia di pace”. Mentre la forza delle armi sembra sostituirsi al diritto e il dialogo lascia spazio alla prepotenza, la Chiesa richiama con fermezza alla dignità inviolabile di ogni persona. Nel contrasto tra potere e umiltà, tra rumore e silenzio, emerge la speranza custodita dai piccoli: uomini e donne sconosciuti che, giorno dopo giorno, rendono possibile un futuro diverso. La pace resta un cammino esigente, ma necessario, che coinvolge tutti.

Trenta e più milioni di pellegrini sono venuti da ogni parte del mondo e hanno attraversato la Porta Santa, consegnando a Dio il desiderio e l’impegno di fare della vita una luce di speranza. E tra questi tanti giovani, non solo quelli che hanno affollato Roma nei giorni del Giubileo ma tanti altri, segno di una Chiesa capace di parlare alle generazioni che si affacciano alla vita con tante inquietudini e tanti desideri. 

E poi… ci sono i marasmi, le bande organizzate di giovani che scendono in strada, spesso di notte, con lo scopo di intimidire con violenza e mostrare chi è più forte. Segnali inquietanti di una generazione ribelle che non intende integrarsi.

E poi ci sono i centri sociali, giovani in rivolta permanente contro tutto e tutti, convinti che la ragione splende solo dalle loro parti. Non si fanno scrupolo di usare la violenza, anzi pensano che sia l’unico modo per far valere le loro ragioni. 

E poi ci sono quei Paesi che intendono imporre la pace alle loro condizioni, senza lasciare spazi di trattativa. Prendere o lasciare. Usano la forza delle armi come una clava per zittire ogni altra resistenza. Una lunga scia di violenza che ha seminato morte e distruzione. In Ucraina come a Gaza. Senza dimenticare i numerosi conflitti che insanguinano il Continente africano. Una situazione sempre più intollerabile perché calpesta apertamente quelle regole comuni del diritto internazionale che hanno il compito di garantire la libertà e i limiti dei singoli Stati. Se il diritto viene meno, resta solo la forza. 

E poi… c’è l’ONU, colpevolmente assente, indifferente e complice. Guarda da lontano senza poter far nulla, proprio nulla. In teoria è l’organismo più rappresentativo, quello che dovrebbe intervenire nei conflitti per mediare e condurre tutti al tavolo della trattativa. Nella realtà non è solo è silente ma anche impotente. E difatti, nessuno chiede di intervenire perché tutti sanno che non avrebbe alcuna autorità morale. Dinanzi ai Paesi che fanno uso della forza, calpestando la legge; l’ONU rappresenta la Legge ma non ha alcuna forza per farla rispettare. Cortocircuito. Tutto questo alimenta una strisciante rassegnazione che dovrebbe inquietare non poco chi ha a cuore il bene comune.

E poi, c’è la Chiesa che con perseveranza e umiltà ricorda a tutti gli attori in gioco che la vita dell’uomo, di ogni uomo, non può essere impunemente calpestata. Un tema che ritorna sempre più spesso nelle parole di Papa Leone, sinceramente preoccupato di quello che accade nel mondo. La sua voce, ha detto in una recente intervista mons. Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, è quella di una Chiesa che si pone come “coscienza critica”, come una “sentinella nella notte che vede già l’alba” e richiama tutti “alla responsabilità, al diritto e alla centralità della persona”. 

E poi, c’è il popolo degli umili e dei piccoli. Quelli che non contano agli occhi dei potenti di questo mondo ma che ha Dio ha scelto come suoi principali collaboratori per rivestire di umanità la vita di tutti. “Dio ama sperare con il cuore dei piccoli, e lo fa coinvolgendoli nel suo disegno di salvezza”, ha detto Papa Leone nella solenne liturgia del Te Deum. Ed ha aggiunto: 

“in effetti il mondo va avanti così, spinto dalla speranza di tante persone semplici, sconosciute ma non a Dio, che malgrado tutto credono in un domani migliore, perché sanno che il futuro è nelle mani di Colui che gli offre la speranza più grande” (31 dicembre 2025).

Ricordiamolo bene, la storia non è fatta dai potenti, come appare nella ricostruzione mediatica. È fatta anche e soprattutto dalla gente che ama e difende la vita. 

Leggi anche: Le donne conoscono la pace perché conoscono la vita

Coltivare la speranza non significa cancellare o minimizzare la gravità dei problemi. Viviamo un tempo particolarmente carico di minacce. Qualche anno fa, con un’espressione fin troppo eloquente, Papa Francesco disse: “Il nostro tempo sta vivendo una carestia di pace” (20 novembre 2022). È vero, troppi luoghi sono flagellati dalla guerra. E cresce la tensione internazionale, fino al punto da far pensare che l’unico modo per evitare la guerra sia quello di prepararsi alla guerra. Una deriva pericolosa. 

La pace non si raggiunge con un accordo scritto, tanto più se viene estorto con la prepotenza. La pace è frutto di un cammino lungo e faticoso. Tra la guerra e la pace vi sono altri sentieri da percorrere, come ha detto Mons. Gallagher: 

“Un segno concreto per iniziare il 2026 potrebbe essere la scelta di gesti verificabili, non simbolici: riaprire canali di dialogo interrotti, sostenere iniziative umanitarie comuni anche tra Paesi in tensione, rispettare accordi già firmati, promuovere politiche che riducano le disuguaglianze e l’esclusione. Come ha ricordato il Papa, la pace non nasce da grandi dichiarazioni, ma da decisioni concrete, che mostrano che un’altra strada è possibile e praticabile”. 

Segni concreti di cui per ora non c’è traccia. Invece di mostrare i muscoli, sarebbe meglio fare tutti quei passi che permettono di aprire canali di dialogo. 

Siamo dentro questa storia, siamo parte di questa umanità confusa e disorientata. Non possiamo voltarci dall’altra parte, guardare da lontano e sperare di non essere coinvolti. Siamo tutti coinvolti. Nella notte di Betlemme gli angeli hanno annunciato che dove splende la gloria di Dio, ci sarà anche pace sulla terra. Sappiamo dunque qual è il punto di partenza. Per questo ogni giorno, con fede, non ci stanchiamo di invocare Gesù, “sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace”. In Lui poniamo ogni nostra speranza e grazie a Lui non perdiamo la speranza. 




Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia

Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).

CONTINUA A LEGGERE



Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

ANNUNCIO


ULTIMI COMMENTI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per commentare bisogna accettare l'informativa sulla privacy.