Guardavo le camere ardenti allestite per i ragazzi italiani morti a Crans Montana, e pensavo che non possiamo permetterci di archiviarli come si fa con le notizie che fanno troppo male. Quelle che passano in fretta, seguite da domande scomode che preferiamo rimuovere. Non possiamo. Perché queste vite non sono una parentesi tragica da chiudere. Sono figli nostri. Figli meravigliosi. E chiedono di essere ricordati non solo per come sono morti, ma per come hanno vissuto. Per come hanno scelto.
In mezzo all’orrore, alle fiamme, al fumo che ha avvelenato corpi così giovani e fragili, ci sono storie che resistono al tempo breve delle cronache. Storie che obbligano a fermarsi. Due ragazzi, in quella notte, hanno ascoltato una voce più forte dell’istinto di salvarsi. Una voce antica, che non fa calcoli, che non chiede garanzie, che non misura il rischio. La voce dell’amore.
Ferdinand Du Beaudiez ha diciannove anni. È fuori dal locale. È salvo. Potrebbe correre, respirare, vivere. E invece no. «Non potevo pensare di lasciare mio fratello e la mia ragazza nel fuoco mentre io ero salvo all’esterno». Parole semplici, senza retorica. Eppure dentro c’è tutta l’evidenza di ciò che conta davvero. Così Ferdinand rientra. Poi rientra ancora. Due volte nel bar in fiamme. Riesce a portarli fuori, riportando ustioni sul corpo. Come se non esistesse alternativa. Come se amare fosse l’unica possibilità.
E poi c’è Achille Barosi. Sedici anni. Sedici. Un’età che noi adulti raccontiamo spesso come fragile, superficiale, distratta. Achille è fuori. Anche lui è salvo. Ma si guarda intorno e capisce che manca qualcuno. Una ragazza. Non la fidanzata, chiarisce lo zio. Un’amica. Una di quelle amicizie che nascono senza promesse solenni, tra coetanei. Ma evidentemente abbastanza forti da valere una vita. «Voglio tornare giù», dice Achille. Lo sconsigliano. Lo pregano. Ma lui torna. Pensava di avere il tempo. Pensava di poter dare una mano. Lei si salva. Lui no.
Questi gesti vanno raccontati. Vanno detti piano, con rispetto, senza usarli. Ma vanno detti. Perché i nostri ragazzi sono molto di più di come spesso li descriviamo. Non sono solo distratti, chiusi nei telefoni, disimpegnati. Dentro di loro, quando serve, emerge una grandezza che spiazza. Io ho fiducia nei giovani. Ne ho, invece, molta meno nel mondo adulto. Un mondo disincantato, dove contano il denaro, la carriera, l’arrivismo che divora tutto. Un mondo che insegna a mettersi in salvo per primi, a non tornare indietro mai.
E invece, a Crans Montana, due ragazzi ci hanno ricordato che la vita vale solo se è per qualcuno. Che non tutto è perduto. Che il coraggio esiste ancora. E che, a volte, gli eroi hanno sedici o diciannove anni, e non lo sanno nemmeno. Forse è questo che dovremmo imparare da loro. Che la vita non si misura da quanto si riesce a scappare indenni. Ma da chi scegliamo di non lasciare solo nel dolore.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



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