Convivere per testarsi? Illusione che non costruisce amore. Rispondendo a un sacerdote

cuore

Durante un’omelia, un sacerdote ha affermato che la convivenza prima del matrimonio sarebbe necessaria per compiere il passo decisivo, perché servirebbe a “testare” la coppia. “Altrimenti, a guadagnarci sono solo gli avvocati”, ha aggiunto. Tuttavia, è davvero la convivenza prematrimoniale a favorire una scelta consapevole?

Durante un’omelia, un sacerdote ha detto: «È bello quando due fidanzati decidono di sposarsi, quando non si fermano alla convivenza. La convivenza ci vuole, prima del matrimonio perché, se metti due fiori diversi nello stesso vaso devi vedere se sopravvivono entrambi. Certe cose è meglio saperle prima che dopo, altrimenti, poi, a guadagnarci sono solo gli avvocati. Però, poi, è importante prendere una decisione, avere il coraggio di un impegno che ci coinvolga per tutta la vita».

Queste parole mi hanno tormentato per tutta la giornata. Non perché sia una bigotta d’altri tempi – almeno spero di non esserlo – ma perché le trovo infondate, non corrispondenti al vero

Credo che il sacerdote si sia perso almeno trent’anni di prove empiriche contrarie alla sua tesi: la convivenza non ci risparmia le ferite, anzi, quando ci sono dinamiche sbagliate irrisolte alla radice del rapporto, le aggrava. 

Il punto non è lasciare che la convivenza ce le sbatta in faccia senza alcuna misericordia; il punto è riconoscerle prima di coinvolgerci tanto da condividere tutto. Il punto è lavorare sui nuclei di morte, perché la futura vita insieme sia serena e gioiosa.

È vero che un uomo e una donna, prima di sposarsi, sono chiamati a un serio discernimento, a capire se realmente sono l’uno la vocazione dell’altra. È anche vero – certamente – che non tutte le coppie che hanno convissuto prima del matrimonio sono destinate al fallimento. Non è questo il tema. 

Ciò che contesto al sacerdote è proporre la convivenza come strumento efficace per discernere, quando convivere significa già assaporare in tutto e per tutto la vita matrimoniale, con implicazioni non indifferenti per anima, mente e corpo.

Convivere non è un mezzo per fare vero discernimento. Tante coppie ci testimoniano che gli strumenti veri per costruire un matrimonio solido sono altri… Oggi vi propongo i primi tre, ma torneremo sull’argomento.

1. Crescere nella relazione, nel dialogo, nella comprensione reciproca

Se non cammini, non cresci, neppure se convivi e trascorri con l’altro ventiquattro ore su ventiquattro. Conosco una coppia che ha convissuto dieci anni prima di sposarsi. Avevano due bambine, una casa acquistata insieme, tanti progetti. Quando hanno deciso di sposarsi, convinti di aver “testato” la loro relazione, dopo appena un anno hanno scelto il divorzio.

Se la convivenza fosse davvero garanzia di matrimoni felici, storie come questa non dovrebbero esistere. Il fatto è che, se la relazione non cresce nella logica del dono di sé, nel dialogo, nella capacità di accogliersi nel bene e nel male, vivere insieme prima del matrimonio – quasi fosse un affitto con riscatto – non evita il fallimento.

Anzi, tenere l’altro sotto osservazione mentre si fanno scelte importanti, vivere da marito e moglie ma negare il dono totale di sé, ostacola l’amore invece di favorirlo.

Perché, allora, attribuire alla convivenza prematrimoniale vissuta come “prova” un potere che non ha?

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2. Sintonizzare i cuori: serve intimità vera

Non saprai mai tutto ciò che ti aspetta nella vita con l’altro: il punto non è vivere insieme “prima” per vedere come si comporta lui o lei, ma entrare in una vera intimità. Convivere otto mesi o un anno prima del matrimonio non potrà mai mettervi di fronte a tutte le situazioni che si potranno incontrare nella vita insieme: lutti, malattia, perdita di lavoro, problemi familiari, gestione dei figli. 

È ingenuo pensare che trascorrere del tempo sotto lo stesso tetto sia sufficiente per prendere una decisione grande come quella di sposarsi! Coricarsi insieme o fare colazione allo stesso tavolo non rivela la verità di una persona se non siamo disposti a sintonizzarci col suo cuore. Non ci mette al riparo dalla delusione futura, se non decidiamo di edificare sulla roccia la nostra vita insieme. Non cercate una casa per testarvi: diventate casa l’uno per l’altra, coltivando empatia, ascolto, capacità di mettersi in discussione. Non studiate come l’altro alza o abbassa la tavoletta in bagno, se russa o meno; imparate, piuttosto, a chiedere e donare il perdono, a farvi carico dei pesi l’uno dell’altra. Tutto questo, ad onore del vero, si può fare benissimo anche senza convivere. Mentre non è vero il contrario: non entrerai in intimità vera con l’altro e non ti garantirai un matrimonio solido solo perché adesso convivi.

3. Non servono prove, occorre fiducia

Dover “testare” l’altro come marito o moglie significa non credere fino in fondo nel rapporto. Se scegli di vivere con una persona senza sposarla per “provarla” (e non perché la vuoi accogliere per tutta la vita: ci sono anche persone che entrano nella convivenza con questo spirito…), di fatto stai dicendo: «Io non mi fido del nostro rapporto, ma ti provo come marito, come moglie. Male che va, c’è sempre la possibilità di un reso».

Meritiamo di più: siamo figli di Dio, non abiti con ancora attaccato un cartellino.

Una ragazza una volta mi ha detto, parlando del compagno: «Gli uomini sono tutti uguali. Io non mi fido fino in fondo…». Aveva già una convivenza fallita alle spalle e, dopo un po’, si è lasciata anche con questo uomo. 

È vero: non ha dovuto mettere in mezzo gli avvocati, ma la sua disillusione sull’amore non fa che aumentare e le ferite che porta sulla pelle sono molte. Non si è mai sposata, ma nei fatti ha già vissuto due divorzi. Non ha speso un centesimo per far finire le due convivenze protratte per anni, ma vive nella costante sete di un amore che non trova.

Non è forse il caso di aiutare i giovani a risparmiarsi questi segni dolorosi? 

Perché dire dall’altare o nei podcast che non c’è nulla di male a vivere come il mondo propone, invece di accompagnarli ad amarsi come Dio ama? Siamo nel mondo, ma non del mondo: facciamo attenzione a non perdere l’originalità cristiana. Siamo sale, non perdiamo sapore.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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