I cinque punti anti-vita delle grandi città. Quando avere un figlio diventa un lusso
Il calo delle nascite non dipende solo da scelte individualistiche, ma anche da città sempre meno vivibili per le famiglie. Affitti inaccessibili, case troppo piccole, ritmi di lavoro opprimenti e servizi per l’infanzia insufficienti rendono avere figli un lusso. Nelle grandi città manca una visione che riconosca la famiglia come bene collettivo. Servono politiche abitative serie e un sostegno concreto alla genitorialità. Solo creando comunità e garantendo condizioni minime di vita le città possono tornare a generare futuro.
Le vacanze, a volte, servono anche a questo: mettere a confronto vite diverse. Per chi abita nelle Marche, come me, ritrovarsi con parenti che vivono a Milano significa spesso misurare una distanza — non solo geografica — tra due mondi. Una mattina ci siamo messi a parlare di calo demografico. La spiegazione più semplice è che sia una questione culturale. Pensando alla realtà che conosco più da vicino, ho detto che i giovani non vogliono rinunciare alla libertà, non accettano di cambiare stile di vita e preferiscono gli aperitivi ai pannolini, le notti insonni per divertirsi a quelle passate accanto a una culla.
Questa narrazione però non è valida in tutti i casi. Mia sorella, che è madre e può contare su una rete di aiuti, lo dice chiaramente: in una città come Milano avere un figlio è diventato un lusso. Non manca il desiderio di genitorialità, manca la possibilità concreta di realizzarlo. Case inaccessibili, servizi insufficienti e tempi di lavoro incompatibili con la vita familiare rendono la scelta di avere figli un azzardo riservato a pochi.
Ascoltandola attentamente ho capito che il calo delle nascite non è solo il risultato di scelte personali, ma il prodotto di città progettate contro la famiglia. Da qui nascono i cinque “punti anti-vita” delle grandi città: ostacoli strutturali che devono essere rimossi se si vuole davvero invertire la rotta.
- Affitti inarrivabili per buona parte della popolazione. Il costo degli affitti e delle abitazioni è alle stelle. Chi ha una famiglia alle spalle e un lavoro davvero buono riesce a pagarlo; chi ha più difficoltà deve accontentarsi di un posto letto o restare in casa con i genitori. Se il bene casa è irraggiungibile, anche la famiglia diventa un’utopia.
- Spazi inadeguati. Anche se si riesce a trovare una casa e a pagarla con un buon stipendio, spesso si tratta di bilocali, sufficienti per una coppia ma già limitati per un figlio. Molte coppie con due lavori buoni vivono in bilocali e accogliere un secondo figlio diventa praticamente inconcepibile.
- Viene chiesto di sposarsi con il lavoro. Le persone devono dedicare gran parte della loro vita alla carriera. Orari lunghi, richieste continue e la pressione per avere successo professionale lasciano poco spazio alla vita privata e rendono difficile conciliare lavoro e famiglia. In molti casi si assiste a vero sfruttamento, e persino a forme di violenza psicologica, dove il datore di lavoro tenta di influire su scelte che non gli competono. Questo porta molti giovani a rimandare matrimonio e figli.
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- Il figlio non è visto come un bene per tutta la collettività. I figli sono percepiti quasi come un capriccio dei genitori, non come un investimento per la società. Lo Stato e la comunità offrono poco sostegno alle famiglie, viste più come un problema che come una risorsa. Questa mancanza di sostegno crea isolamento e scoraggia ulteriormente la scelta di avere figli.
- Difficoltà di accesso agli asili nido e costo dei servizi per l’infanzia. Gli orari dei servizi spesso non coincidono con quelli di lavoro, e i posti nelle strutture pubbliche non sono sempre disponibili. Molte famiglie devono rivolgersi a soluzioni private, che non tutti possono permettersi.
Oltre la denuncia, quali misure potrebbero essere adottate? Il governo dovrebbe intervenire seriamente sul problema degli affitti, regolamentandoli dove il mercato non riesce a stabilire limiti. Ma serve anche la collaborazione di tutti: occorre pensare al bene della collettività, invece di perseguire solo interessi individuali. Affittuari e agenzie immobiliari potrebbero chiedere prezzi onesti e adeguati al costo della vita, perché avere una casa non è un lusso ma un diritto. Rendendo più facile avere un’abitazione, si permette anche la nascita di una famiglia.
Un altro aspetto importante è recuperare il senso di comunità. Mia sorella vive a Milano in un appartamento della canonica, dove le famiglie pagano un affitto accessibile e si sostengono a vicenda: i genitori hanno la delega per prendere i figli degli altri a scuola, creando una rete in cui chi ha bisogno di aiuto non è lasciato solo. Questo dimostra che anche nelle grandi città è possibile costruire reti di supporto. I cambiamenti esterni, infatti, partono sempre dal cambiamento della persona, dal cambiamento del cuore.
Ricordiamo che senza condizioni minime non si costruiscono famiglie. E senza famiglie, le città semplicemente si spengono.
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