Padre Enzo Vitale: fuori dalla Chiesa non ci si salva

Viviamo nell’era della fluidità, dove tutto è permesso e il senso di colpa è il nemico numero uno da abbattere. Ma se stessimo sbagliando tutto? In un dialogo senza filtri in occasione del suo libro “Chiedilo al don!” (Editrice Punto Famiglia, 2025), Padre Enzo non usa mezzi termini e lancia tante provocazioni ai cattolici. Dalla difesa della castità alla critica verso un cristianesimo che cerca troppo di piacere al mondo, un’intervista che è una doccia fredda per i tiepidi e una scossa per chi cerca risposte radicali. Siete pronti a farvi interrogare o vi sentirete giudicati? A voi la lettura.

Padre Enzo, lei scrive che “le religioni non sono tutte uguali” e rispolvera il vecchio adagio per cui fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. Ma, secondo lei, questa posizione non si scontra con la tolleranza e il dialogo interreligioso?

Ed è proprio questo il punto! Lungi da me il provocare chi legge (anche se, in qualche caso, può stimolare il ragionamento), ma chi annuncia la verità non potrà mai accettare il compromesso. Non si tratta di “rispolverare” ma di ricordare. La verità è sempre e soltanto una e la Chiesa, forte della propria storia – del pensiero, della Tradizione, dell’insegnamento dei santi, dei dottori della Chiesa e dei martiri che hanno dato il sangue per la fede – non può tollerare il compromesso.

Pensiamoci: se fosse stato possibile per Cristo evitare la croce, non lo avrebbe fatto? Invece, il non aver imboccato una scorciatoia è la dimostrazione che in alcuni casi è fondamentale andare fino in fondo. L’extra Ecclesiam nullus omnino salvatur (fuori della Chiesa nessuno si salva) non è un modo per dire che si è superiore ad altri, ma semplicemente che tutti godono della Salvezza attraverso i meriti conquistati da Cristo in Croce. Si dimentica facilmente che quando le cose non vanno, la Chiesa non si piega ad accettare la moda corrente, ma si piega davanti a Cristo, si mette in ginocchio, ed è ai piedi di Cristo che cerca la risposta. E poi: chi ha detto che la tolleranza è un criterio assoluto da dover sempre perseguire? Non raramente è la fermezza nella verità che porta a salvezza.

Scopri di più: Chiedilo al Don! Le risposte di un sacerdote alle domande che avresti sempre voluto fare

Nel libro cita San Pio che prendeva a bastonate i fedeli e sbatteva le porte in faccia ai penitenti non pentiti, definendolo un modello di santità concreta. Sta forse suggerendo che, come cattolici, stiamo diventando troppo “molli”?

Sicuramente non dobbiamo bastonare nessuno e non penso sia il tempo delle crociate. Ma su Padre Pio non dimentichiamo che è il più grande mistico dell’ultimo secolo: il che spiega comportamenti e doni inimitabili. Tuttavia, che il cristiano sia un pochino “molle”, oggi, non ci vuole la scienza infusa per capirlo. Viviamo in un contesto in cui si bandisce ogni forma di mortificazione e penitenza. Nel libro parlo del digiuno che i più fanno per ragioni mediche o estetiche, non certo spirituali. Per non parlare dell’astinenza dalle carni. Sono esempi che aiutano ad individuare una carenza di vita virtuosa che vuole, di suo, una forza e una fermezza, che latitano.

Parliamo di sesso. In questo periodo sta spopolando un’intervista a un suo collega sacerdote in cui viene chiesto se la Chiesa non sia “ossessionata” da quello che succede sotto le lenzuola. Perché un ragazzo e una ragazza che si amano dovrebbero sentirsi in colpa per l’intimità fisica prima del grande passo?

“Se non vivi come pensi, finirai per pensare come vivi…”: questo mi viene in mente. Non penso che la Chiesa sia ossessionata, anzi. Se si guarda agli argomenti approfonditi in ambito ecclesiale, la sessualità ha poca presenza: e questo, magari, spiega la confusione attuale. Le indicazioni ecclesiali date ai confessori in materia sono chiarissime ed improntate ad estrema prudenza. Il punto è che non sempre si è formati adeguatamente, dando per scontate disposizioni di cui neanche se ne conosce l’esistenza.

Sullo specifico dei rapporti intimi, dobbiamo chiarire che ci sono tanti modi di amarsi, di dirsi “ti amo”. Il rapporto fisico è il più sublime, tanto che ad esso è legata la generazione della vita. I cristiani – almeno quelli formati e che ci credono – sanno che, fino a quando non sono uniti in matrimonio (intendendo quello tra persone di sesso opposto), l’altro è fratello o sorella. L’atto sessuale vuole, di suo, il “per sempre” che sovente fa paura per una esagerata e diffusa immaturità. Solo una persona davvero matura sa cogliere la bellezza e la particolarità di un atto intimo coniugale; altri vi vedranno solo lo spazio per il proprio egoismo. La Chiesa insegna e sa che l’esercizio della sessualità coinvolge tutto l’essere umano, nel profondo, ed è per questo che parla, quando ne ha il coraggio, di castità.

Lei parla anche di “continenza” e “castità” all’interno del matrimonio. Proporre a una coppia sposata di vivere come fratello e sorella non è una via diretta per l’avvocato divorzista?

Attenzione: non bisogna proporre ad una coppia sposata di vivere la continenza, ma la castità sì. Sono due cose diverse e spiegate nel testo. Tutt’al più, la continenza può essere una libera scelta della coppia, ma mai imposta dall’esterno. La verità è che molti hanno paura della castità (anche nel matrimonio) semplicemente perché eleggono a propri maestri i social, con tutto il carico di errori che sversano in rete. Continenza e castità sono virtù che si possono capire solo vivendole. Chi non ci prova, mai ne capirà il valore.

Nel libro dice che la sofferenza ci “prova come l’oro nel fuoco”. Ma queste parole consegnate ad una madre che ha perso un figlio o a un malato terminale, rischiano di sembrare solo una giustificazione, se non alimentano rabbia e distanza…

Si tratta di una scelta. Certamente non si deve esordire con queste parole davanti a chi vive un dramma simile. Nella mia esperienza sacerdotale, le situazioni più difficili in cui mi sono trovato sono state quelle di incontrare e accompagnare genitori che avevano perso un figlio. Tra queste ho in animo, in particolare, la morte di un bimbo di tre anni, morto in modo assurdo… I genitori, accompagnati e mai lasciati soli, fecero una scelta che permise loro di andare avanti. Ebbero un altro figlio e oggi “combattono” la loro buona battaglia con la speranza proiettata nell’aldilà. Ricordo il dolore, sì, ma anche la gioia al parto e al battesimo del fratellino: potrei descriverne i particolari. Certamente, di queste esperienze, se ne farebbe a meno, ma mentirei se non testimoniassi la riconoscenza verso il Signore per i passi mossi da quei genitori. Per non dire, poi, della preghiera che rivolgo a quel bimbo in cielo che considero uno dei miei angioletti, che prega per i suoi genitori, per il fratellino e – perché no? – anche per me.

Lei scrive che provare vergogna in confessione è una cosa benedetta. Questo non va contro la psicologia moderna che lotta per liberarci dai sensi di colpa?

Qui la questione è sottile. Tutto dipende dall’antropologia, ovvero dall’idea di uomo che abbiamo. Certo, la psicologia moderna cerca di perseguire la liberazione dell’uomo dai sensi di colpa: e può teorizzare l’assenza di colpa perché spesso dimentica la realtà spirituale, nega la trascendenza. Ma negare che l’uomo sia anche anima ci spinge verso la schizofrenia. Questo lo ricordiamo nel celebrare un funerale: nella bara c’è una salma, un cadavere, non l’essere umano, perché in quel momento l’anima non c’è, ha abbandonato il corpo. I sensi di colpa a volte possono essere salutari, soprattutto se sono il richiamo di una coscienza che non vuole negare un male oggettivo. E non dimentichiamo che solo la misericordia, il perdono dato e ricevuto, è capace di donare pace all’essere umano.

Anna Porchetti nella prefazione dice che il libro “non morde e non giudica”. Eppure le sue risposte sono taglienti. Chi legge deve aspettarsi una carezza o uno schiaffo?

Chi legge non dimentichi mai che l’obiettivo del testo è dare spazio alla Verità: e si sa, la verità può far male (lo diceva anche una famosa canzone…) ma ciò che conta è che libera. Nel famoso romanzo “Il conte di Montecristo”, ad un certo punto, l’Abate Faria dice ad Edmond Dantes che gli avrebbe dato qualcosa che valeva molto più della libertà: dice di dargli la conoscenza. Lungi da me il voler prestare il fianco ad una qualche forma di gnosi o di new age, dobbiamo constatare come, paradossalmente, sarà proprio quella conoscenza, la maturità intellettuale, la “sapienza” del conoscere il senso delle cose, che permetterà ad Edmond di maturare propositi di perdono, sostituendoli ai sentimenti di vendetta. Vale la pena sentirsi dire una verità tagliente? Sì, se ci permette di essere misericordiosi. Cristo ha fatto lo stesso con noi: ha spiegato, ha illustrato, ha chiarito… pur consapevole del fatto che, come diceva Blaise Pascal «nel mondo c’è tanta luce per chi vuol credere e tante tenebre per chi non vuol credere». E noi, siamo della luce o delle tenebre?

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