Il Vangelo letto in famiglia

BATTESIMO DEL SIGNORE - ANNO A - 11 gennaio 2026

PER ORA … ADEMPIAMO OGNI GIUSTIZIA

I nostri rapporti umani possono diventare relazioni teologali, quali legami spirituali? Le relazioni parentali rappresentano soltanto una familiarità cardinale, quali legami biologici? Lasciamoci condurre dalla proposta inedita narrata dall'Evangelista Matteo che offre il Vangelo proclamato in questa Domenica 11 Gennaio 2026, Festa del Battesimo di Gesù (Anno A), solenne ricorrenza che compie il Tempo di Natale e avvia il Tempo Ordinario.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 3,13-17)

Allora Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

IL COMMENTO

di fra Raffaele Petti, OFM

Verso una relazione teologale

     Il racconto del battesimo di Gesù si sviluppa a partire dal movimento di Gesù, il quale si mette in cammino per raggiungere Giovanni il Battista con l’intenzione di ricevere il suo battesimo (v. 13). L’incontro dei due genera un dialogo emblematico, perché Giovanni sembra rimanere perplesso davanti a Gesù per la sua intenzione di accostarsi al suo battesimo di conversione (vv. 14-15).

     Giovanni, infatti, aveva annunciato, in modo accorato e veemente, l’avvento di Gesù: «Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (cf. Mt 3,11-12).

     Giovanni, dunque, avrebbe voluto impedire a Gesù di esprimere un segno ritenuto non consono al progetto di salvezza? – quando afferma: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (v. 14). La decisa risposta del Signore arrende il fervore del suo Precursore? – quando afferma: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (v. 15).

     In qualche modo, questo dialogo tra Giovanni e Gesù ci lascia un po’ in imbarazzo per la difficoltà di comprendere cosa i due si siamo effettivamente comunicati, per l’impaccio di cogliere a quale livello, teologale o cardinale, si affermi la loro relazione.

     Ci sembra di dover ritenere che la risposta di Gesù possa chiarire una dinamica risolutiva più precisa di quella orientata dall’ossequio religioso di Giovanni! Perché spesso ci riferiamo a Gesù per cogliere la sua sapienza in una dimensione esclusivamente verticale. Tuttavia, alcune volte Gesù ci orienta con la sua sapienza genuinamente orizzontale.

     Pertanto, ci potremmo chiedere: la risposta di Gesù precisa uno slancio teologale più efficace, qualora lo slancio di Giovanni fosse cardinale? Se così fosse, perché l’Evangelista Matteo ci consegna quella nozione temporale che stabilisce di lasciar fare … soltanto … per ora (v. 15)!

     Quale altro storico chiarimento – che i Vangeli possono attestare (cf. Mt 11,2-15; 21,23-27) – poteva essere riservato ai due parenti in dialogo? Sicché, non potrebbe risultare, invece, teologale l’ossequio di Giovanni?

     Lo slancio di Gesù propone a Giovanni di adempiere una giustizia cardinale come segno di solidarietà alla condizione dell’uomo in cammino. Lo slancio di Giovanni, quindi, sembra si possa definire come speranza teologale, perché contiene un’implicità professione di fede.

     Quante nostre relazioni umane sono attraversate da esperienze cardinali forgiate dall’attesa di un per ora che speriamo di risolvere in un’autentica dimensione teologale, in cui ci risulti chiaro di essere nel progetto di Dio?

     Il gesto umanissimo di Gesù di accostarsi a un segno penitenziale, ci comunica un valore non disgiunto dalla sua persona divina. L’umanissimo Salvatore divino, Gesù, vero Dio e vero uomo, conosce e incarna ogni per ora delle nostre umane esperienze bisognose di salvezza, bisognose di accedere a una rivelazione, il bisogno di ognuno di noi di essere immessi nell’effusione di grazia che ci possa confermare nel compiacimento di Dio.

     E così che, in seguito a questo emblematico dialogo tra Giovanni e Gesù, l’Evangelista Matteo consegna l’evento che sta oltre il per ora: Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (vv. 16-17).

     Oltre il per ora di quell’immersione penitenziale nel segno della conversione, Gesù viene immesso e ci immette nell’esperienza che dischiude l’accesso alla visione dei segni di Dio, al riconoscimento dell’esperienza dello Spirito Santo, all’amorevole rassicurazione della voce del Padre.

Oltre la familiarità cardinale

      Così, anche noi, lasciamo fare al Signore! Lasciamo che sia Lui a orientarci. Lasciamolo operare nel per ora delle attese cardinali, affermando in noi quello stesso slancio teologale del Battista, il quale professa, con il suo fervoroso ossequio religioso, la sua fede nel Salvatore veniente verso di lui, in modo così familiare all’eredità di fede a lui trasmessa.

     Infatti, la domanda del Battista – «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (v. 14) – sembra così affine alle parole pronunciate dalla madre Elisabetta alla presenza di Maria, la madre di Gesù: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (cf. Lc 1,42).

     Sin dal grembro materno, i due si incontrano; sin dal grembo materno, Giovanni ossequia il suo Signore, sussultando nel grembo materno al trasalire della madre Elisabetta al suono del saluto di Maria, un’esperienza di effusione dello Spirito Santo che afferma la relazione teologale nel contesto della familiarità cardinale, un’effusione che stabilisce il regime della grazia, risvegliando una familiarità anch’essa possibilmente teologale, perché possibilmente centrata sul riconoscimento reciproco dell’opera di Dio (cf. Lc 1,39-45).

     Quanti per ora cardinali hanno sperimentato Maria ed Elisabetta? Quante attese, affinché la grazia facesse la sua parte sulle incertezze di Giuseppe (cf. Mt 1,18-25) e di Zaccaria (cf. Lc 1,5-25)? Come del resto lo è anche per noi. Noi, che nei rapporti umani tendiamo a sostare troppo a lungo sugli incidenti cardinali che rendono i nostri dialoghi relazionali talvolta silenti, quando rinunciamo a onorare l’altro con chiarimenti o con spiegazioni su cose importanti, e talaltra anche furenti, quando il regime relazionale si afferma con discussioni o con litigi di inconciliabilità, minacciando la familiarità tra noi.

      Lasciamo fare al Signore! Lasciamoci ispirare da Lui gesti cardinali importanti, chiaramente determinati nel bene, nell’obbedienza, per avere cura delle fasi di passaggio della nostra esistenza, attenzionando il per ora delle attese cardinali intrise di speranza teologale, affinché di ogni buon desiderio umano si possa discernere la sua non estraneità alla volontà divina. Lasciamoci così gradualmente immergere dal Signore oltre ogni per ora, laddove l’amore di Dio ci conferma nella sua compiaciuta predilezione.

Una spiritualità teologale e cardinale

     Incoraggiati dalla voce che squarcia i cieli per affermare sulla terra il compiacimento di Dio per il suo Figlio e per ognuno di noi, annuncio che risuona anche nel Versetto al Vangelo (cf. Mc 9,6) della Liturgia della Parola della Festa del Battesimo di Gesù (Anno A), possiamo andare oltre.

     Dalle letture di questa Domenica possiamo, infatti, cogliere tracce di spiritualità cristiana per contemplare i doni teologali che provengono da Dio, i quali ci rivelano la sostanza della nostra vocazione, dalla consapevolezza della quale possiamo orientare l’essenza dei nostri doni cardinali al servizio della familiarità tra noi.

     Dalla prima lettura tratta dal libro del Profeta Isaia (cf. Is 42,1-4.6-7) possiamo imparare a valutare come affinare oltremodo le virtù cardinali, evitando la sopraffazione che impone il nostro parere nei dialoghi relazionali, nonché come ravvivare altresì le virtù teologali, considerando che il Signore ci chiama, ci accompagna, ci forma, ci invia.

     Mediante le parole dell’Apostolo Pietro riportate negli Atti degli Apostoli (cf. At 10,34-38), possiamo essere motivati ad accrescere la familiarità tra noi, ponendo fine a ogni tendenza preferenziale, affinché il beneficio della grazia di Cristo sia una benedizione per tutti, come ci induce ad acclamare il Salmo responsoriale: Il Signore benedirà il suo popolo con la pace (cf. Sal 29/28,1-11).




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Raffaele Petti

Raffaele Petti, biblista, è un frate minore della Provincia religiosa Salernitano-Lucana (OFM). Ha compiuto gli studi biblici per la licenza in Scienze Bibliche e Archeologia presso lo Studium Biblicum Franciacanum di Gerusalemme nel 2012: attualmente è dottorando presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Antonianum. Da qualche anno è docente di Sacra Scrittura presso l’Istituto di Scienze Religiose di Salerno e presso l’Istituto Teologico Salernitano di Pontecagnano Faiano (SA). È impegnato nella formazione biblica del popolo di Dio, mediante la proposta di percorsi di evangelizzazione. Ha pubblicato su riviste specializzate alcuni articoli dal valore scientifico inerenti agli studi biblici, nonché articoli di spiritualità biblica dal carattere divulgativo su riviste di cultura religiosa. Ha pubblicato per Editrice Punto Famiglia, Il discepolato di Gesù. Una lettura caratterizzata
dai testi biblici del Nuovo Testamento, 2017.

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