CORRISPONDENZA FAMILIARE

Il metodo Prevost: l’unità prima dei progetti

12 Gennaio 2026

Foto papa Leone XIV derivata da: Edgar Beltrán, The Pillar, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Il Concistoro che ha riunito a Roma tutti i cardinali, anche quelli over 80, ha offerto indicazioni preziose sul pontificato di Papa Leone. Qualche vaticanista parla di “metodo Prevost”, sottolineando che il modo di agire viene prima delle parole e indica con chiarezza la direzione di marcia. Una prospettiva interessante. 

Vi sono quelli che vorrebbero un immediato ripulisti, mandando a casa la vecchia guardia, cioè tutti coloro che, nel corso degli ultimi anni, hanno contribuito ad alimentare la confusione dottrinale. E vi sono quelli che sperano di confermare e far avanzare quelle aperture che avevano trovato spazio durante il pontificato di Papa Francesco, convinti che la Chiesa debba modificare le sue posizioni su alcuni temi sensibili, dal diaconato femminile alla questione LGBT. Per citare solo due capitoli assai controversi del dibattito ecclesiale. Gli uni e gli altri guardano con timore, scrutano scrupolosamente i gesti e le parole del Papa per capire dove vuole condurre la Chiesa. Gli uni e gli altri resteranno delusi. 

Papa Leone si muove in tutt’altra direzione. Sa bene che nella Chiesa vi sono posizioni molto differenti, anzi talvolta radicalmente opposte. Anche su questioni assai importanti sul piano dottrinale. La presenza di diverse sensibilità nel corpo ecclesiale non fa paura, anzi rappresenta una ricchezza. A condizione di sollecitare un confronto dialogico e fraterno in cui ciascuno si pone sinceramente in ascolto dell’altro. Accade invece che molto spesso si traduce in una polarizzazione sempre più accentuata e alimenta uno scontro sempre più aspro che zittisce le voci della comunione. La vicenda della Chiesa tedesca è piuttosto emblematica a questo riguardo. 

Il Santo Padre sa bene che una Chiesa così divisa non ha nulla da dire all’umanità, specie in un tempo in cui il conflitto internazionale è diventato così strutturale da creare una diffidenza reciproca tra i Paesi. Fedele al suo motto episcopale – In Illo uno, unum – Leone XIV cerca anzitutto e soprattutto l’unità, non quella che si raggiunge in forza di estenuanti compromessi ma quella che nasce dall’incontro con Cristo e si alimenta con la preghiera e la fiducia reciproca. È questo il messaggio che ha consegnato ai cardinali fin dal primo giorno:

“Siamo chiamati prima di tutto a conoscerci e a dialogare per poter lavorare insieme al servizio della Chiesa. Spero che potremo crescere nella comunione per offrire un modello di collegialità”. 

Insieme” è un avverbio che ritorna più volte nelle parole del Papa che chiude il primo discorso con un vero e proprio appello: “dal modo con cui impariamo a lavorare insieme, con fraternità e sincera amicizia, può iniziare qualcosa di nuovo, che mette in gioco presente e futuro” (7 gennaio). Nell’omelia che apre il secondo giorno ritorna su questo tema:

“Questo è lo spirito con cui vogliamo lavorare insieme: quello di chi desidera che nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti (cfr. Ef 4,11-13), svolgendo con dignità e in pienezza il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e veder maturare i frutti del proprio lavoro, come di ricevere e veder crescere quelli dell’opera altrui” (8 gennaio). 

L’unità ecclesiale che il Papa invoca non è frutto di accordi teologici ma nasce dalla preghiera: “Noi non siamo infatti qui a promuovere ‘agende’ – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che ci supera «quanto il cielo sovrasta la terra» (Is 55,9) e che può venire solo dal Signore” (8 gennaio). Ecco quello che Papa Leone chiede al collegio dei cardinali: una comunità di fede che si lascia guidare dallo Spirito e fa della relazione lo spazio umano in cui Dio si rende presente. È questo il metodo Prevost. 

I lavori di Concistoro sono stati introdotti da una breve ma densa meditazione del cardinale Timothy Radcliffe, domenicano, ottant’anni compiuti in agosto. Commentando il brano di Gesù che cammina sulle acque (Mc 6, 45-52), ha posto l’accento sulla necessaria unità: “Se la barca di Pietro fosse colma di discepoli che litigano tra loro, non saremmo di alcuna utilità per il Santo Padre. Se invece viviamo tra noi nella pace e nell’amore, anche quando emergono divergenze, Dio sarà realmente presente, anche quando sembra assente”. 

L’unità ecclesiale è un bene assolutamente essenziale e va ricercato come tale. Non a caso, Papa Leone ha ricordato il comandamento dell’amore vicendevole come l’unico che Gesù ha lasciato ai discepoli dopo aver lavato loro i piedi (Gv 13). Come a dire che l’unità non si raggiunge se manca l’umiltà. 

L’unità ecclesiale non è solo un metodo di lavoro, una premessa necessaria perché “uniti si vince”. L’unità è anche la meta ultima. Quella che oggi viviamo, anche se in modo imperfetto, è solo la primizia di quell’eterna beatitudine in cui la Chiesa apparirà “senza macchia né rughe ma santa immacolata” (Ef 5,27). Se dunque, malgrado le inevitabili e forse indispensabili differenze, ricerchiamo e custodiamo l’unità, indichiamo a tutti la strada che conduce alla pienezza. 

Chi oggi guarda il mondo, ha molti e buoni motivi per essere inquieto. Ed ha molti e buoni motivi per chiedere e sperare che la Chiesa sia un faro che illumini la notte oscura. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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