13 Gennaio 2026
Cristo o la Chiesa? San Francesco ci insegna la necessaria tensione
«Guai a quel religioso che non ha a cuore la sua volontà ma si compiace delle parole e delle opere che il Signore dice e opera per mezzo di lui» (Ammonizioni VII). È san Francesco a parlare così perché lui, da uomo di Dio, conosce il rischio più grande in cui tutti possiamo cadere: separare ciò che Dio ha unito. Voler Cristo senza il suo Corpo, invocare il Vangelo senza lasciarsi generare dalla Chiesa, rifugiarsi nella purezza delle idee per non attraversare la carne della comunione. È una tentazione antica, sempre attuale, che si traveste da libertà spirituale e produce invece solitudine e sterilità.
L’apertura dell’Anno francescano – 800 anni dalla morte del santo, 1226 – che si è svolta il 10 gennaio nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, segna l’inizio non di un tempo di rievocazione nostalgica ma uno spazio in cui Francesco parla ancora. Mi è molto piaciuto l’intervento del vescovo Mons. Domenico Sorrentino che ha ricordato un nodo decisivo della vicenda francescana: il rapporto di Francesco con i vescovi del suo tempo. All’inizio della sua conversione, nel cortile del vescovado di Assisi, davanti al vescovo Guido I, Francesco muore al mondo. Era il 1207. Si spoglia nudo, senza difese, senza appelli. In quel momento la Chiesa avrebbe potuto respingerlo, temerlo, contenerlo. Invece lo accoglie. Guido I lo copre con il suo mantello, come farebbe un padre davanti alla vulnerabilità di un figlio. Quel mantello è l’immagine di una Chiesa che non soffoca la radicalità evangelica, ma la custodisce; che non spegne il fuoco, ma lo protegge dal vento. Francesco non fugge dalla Chiesa nel momento più estremo della sua libertà: vi si consegna.
Circa vent’anni più tardi, un altro vescovo, Guido II, apre a Francesco la propria casa. Tra agosto e settembre del 1226, nelle settimane che precedono la morte, Francesco vive con il vescovo giorni di intimità profonda. Ama. Prega. Soffre. Si prepara. Ancora una volta, lo fa dentro una relazione ecclesiale concreta, feriale, domestica. Quando Francesco muore, Guido II è lontano, in pellegrinaggio presso il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo sul Gargano, in Puglia. E proprio lì sogna Francesco che gli dice: «Ecco, Padre, lascio il mondo e vado a Cristo». Francesco se ne va, ma affida se stesso, il suo cammino, il suo carisma, alla Chiesa.
Tra questi due incontri — il mantello che copre la nudità e il sogno che apre al Cielo — è racchiusa l’intera missione di san Francesco. Amare Gesù Cristo senza riserve, fino alla follia della croce. Amare la Chiesa senza scorciatoie, anche quando è fragile, lenta, ferita. Chi prova a separare questi due amori tradisce Francesco. Chi usa Francesco contro la Chiesa lo svuota. Chi lo riduce a simbolo innocuo o a ribelle romantico lo rende falso. I santi non sono mai figure isolate. Sono uomini e donne conquistati da Cristo e per questo capaci di abitare la Chiesa senza cinismo e senza idealizzazioni. La loro esperienza è feconda solo se letta dentro questa tensione viva: Cristo e la Chiesa, insieme, inseparabili come il cuore e il respiro. Francesco non ha mai scelto tra l’uno e l’altra. Ha scelto entrambi, fino alla fine.
Questo Anno francescano ci chiede di ravvivare in noi questa coscienza. Dobbiamo decidere se vogliamo celebrare un anniversario o lasciarci anche noi coprire da quel mantello, accettando di perdere qualcosa per guadagnare l’essenziale. Guai a noi se cerchiamo Cristo senza accettare il suo Corpo, guai a noi se invochiamo il Vangelo senza attraversare la comunione. È solo lì, dentro questa unità ferita ma reale, che Francesco continua a parlare anche a noi in questo tempo. Ed è solo lì che anche la Chiesa, ancora una volta, può lasciarsi convertire per riscoprire la profondità del messaggio di Francesco al mondo.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia
Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



ULTIMI COMMENTI
A noi piace definire la donna "custode del suo corpo", non padrona del su corpo; tempio della vita, non padrona…
Ognuno ha il diritto di decidere della sua vita come gli pare e non deve dare spiegazioni a nessuno. Questo…
Don Alberto, che rimane sempre "don" come lo sposato col sacramento rimane sempre sposato, parlava troppo, troppo. Penso che si…