EDUCAZIONE AFFETTIVA

Educazione sessuale a scuola: a chi la affidiamo e cosa occorre ai nostri ragazzi?

scuola

Il dibattito sull’educazione affettiva e sessuale a scuola ruota attorno a tre punti centrali: quali temi affrontare, quale ruolo assegnare alle famiglie e chi sia davvero titolato a svolgere questo compito. Pur richiamandosi a basi scientifiche e al dialogo con i genitori, emerge una forte pluralità di visioni anche tra gli esperti stessi. Questo solleva interrogativi sulla possibilità di un approccio non ideologico e su quali valori possano costituire un denominatore davvero condiviso. 

Collegio dei Docenti, inizio anno scolastico, fa ancora tanto caldo, si programma nella fase della proposta di progetti. Il prof di matematica ha una moglie docente di I.R.C. nella stessa scuola. Insieme preparano anche i giovani che si avvicinano alla celebrazione delle nozze. Lo fanno in parrocchia, ma a richiesta, anche al Comune, perché cominciano ad esserci comuni che ci pensano. Perché? È presto detto: una coppia che funziona bene, che non ha problemi, che cresce figli educati e socialmente attivi rende dal punto di vista economico. I comuni, infatti, spendono molti fondi per “gestire”, mi si perdoni il termine, i figli “problematici” di famiglie ferite e fragili. Allora qualcuno di essi, già da qualche anno, sta pensando di preparare anche coloro che si sposano solo civilmente. Non è filantropia, nella maggior parte dei casi, ma necessità di risparmiare denaro in futuro: è un investimento. I due coniugi incontrano nei loro percorsi ragazzi, ma anche adulti ormai, persino laureati, che però si mostrano totalmente sprovveduti dal punto di vista relazionale, affettivo e “fisiologico” inteso nel senso di apparati riproduttivi. I due restano stupiti nel vedere come giovani che sono passati per le scuole italiane – dove la riproduzione è più volte prevista dai programmi scolastici -, arrivino al matrimonio completamente digiuni sulla fisiologia della riproduzione. Non parliamo, poi, della mancanza di significato relazionale dell’atto sessuale (questo sconosciuto) che per molti coincide solo con la ricerca del (proprio) piacere e poco più. I nostri due docenti pensano, allora, di intervenire preventivamente: perché non proporre un percorso sulle emozioni e sull’affettività ai ragazzi prima che sia troppo tardi? Preparano il progetto e lo propongono, come da prassi. Ciò che non si aspettano, tuttavia, è la reazione scomposta del dirigente scolastico e di buona parte dei membri del collegio: “Cosa sono queste cose da parrocchia?”. Ecco la principale remora per nulla celata e proclamata anche con malcontento. I due sono di estrazione, nota, parrocchiale: ecco il peccato originale. Non hanno mai saputo, i nostri ingenui eroi, quale fosse il vero profondo motivo di preclusione. Dopo aver dettagliatamente presentato il percorso, valutata la “neutralità” dei contenuti, mostrato le fonti, il corso parte tra mille perplessità e diversi boicottaggi, ma raccogliendo il favore dei partecipanti. Stessa scuola, stesso anno, incontro preliminare con i genitori. 

I giornali parlano (a sproposito e conoscendo poco) di introduzione di lezioni di teoria Gender nelle scuole. Alcuni genitori fermano il docente coordinatore del consiglio di classe chiedendogli informazioni circa la volontà della scuola frequentata dal figlio di introdurre tale argomento. In caso affermativo, dicono in tono minaccioso, si portano via il figlio perché “non può essere inquinato da una simile follia!”. Questi genitori temono che al figlio venga inculcata qualche mistificazione che ritengono non naturale, anzi, “contro natura”.

Qualche anno dopo, in una classe del litorale domizio, un’insegnante cerca di condurre le sue alunne,

provenienti da un ambiente degradato, ad una dimensione dignitosa della concezione della propria persona.

Si finisce a parlare anche di rapporti, in una terza media in particolare si affronta anche il tema della

mercificazione del proprio corpo. Gli studenti di quella scuola capiscono, nessuno si scandalizzi, perché vivono in un ambiente profondamente degradante che li espone precocemente a queste “riflessioni”. Una delle ragazze, entrata in confidenza con la docente, confessa apertamente e senza nessun senso di disprezzo o di pudore quello che le consiglia la madre: “Se trovi un ragazzo di famiglia agiata, cerca di restarne incinta, così ti sistemi per tutta la vita e vivi di rendita”. Le parole usate, a dire il vero, sono di tenore molto diverso. 

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Potrei riportare in questa sede tanti altri aneddoti, visti anche di persona dalla cattedra. Mi limito a questi perché penso che siano sufficienti per inquadrare un poco più da vicino una questione di cui si dibatte molto nell’ultimo periodo: l’educazione affettiva e sessuale che la scuola sarà probabilmente chiamata ad impartire ai ragazzi. L’argomento ha suscitato molti interrogativi, come noto, a seguito della presentazione di un ddl del ministro Valditara. Ha polarizzato l’attenzione dei media, purtroppo. Per loro natura, i moderni mezzi di comunicazione inducono la creazione di fazioni che finiscono con l’appiattire il dibattito riducendone o non capendone del tutto la complessità. Succede anche in questi mesi. Il nodo della questione è l’obbligo di raccogliere il consenso informato della famiglia da parte dell’istituto scolastico. Qualcuno ha visto questo passaggio come un ingannevole tentativo di insabbiare l’educazione sessuale e affettiva. Dal canto suo, il Ministro dichiara di voler solo aumentare la collaborazione, su un tema così delicato, tra istituzione scolastica, esperti e famiglie. Uno dei nodi importanti sta proprio su questo versante e fa nascere alcune domande. La prima: quali possono essere effettivamente i temi da affrontare? La seconda: perché richiedere il permesso delle famiglie quando, in alcuni casi, potrebbe essere proprio lì l’origine del problema? La terza è multiforme: chi svolge questa attività? Saprà affrontarla in maniera non ideologizzata? Esiste una via non ideologica in questo campo? Esiste un comune denominatore in fatto di affettività e sessualità che sia effettivamente comune? Sulla pagina Facebook del CNOP (Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi) si legge che “la scuola è il luogo dove si costruiscono consapevolezza, rispetto e capacità di riconoscere le proprie emozioni. Un’educazione sessuale e affettiva fondata su basi scientifiche, condotta da professionisti competenti e in dialogo con le famiglie, è una tutela per i più giovani e un investimento per la società. Accompagnare bambine, bambini e adolescenti nella crescita emotiva e relazionale significa proteggerli, non esporli”. Giustamente, si dice, la formazione deve essere fondata su basi scientifiche e in dialogo con le famiglie. Poi, però, nella stessa pagina già i commenti dei membri dell’ordine degli psicologi – coloro che detengono la conoscenza scientifica, quindi – sono i più diversificati, tanto che qualcuno arriva a dire apertamente che “il tutto dipende dalla persona che li tiene”. Si accenna anche alla necessità che non ci si limiti a spiegare come usare un preservativo. In altre parole, persino gli esperti sono lontanissimi da una base comune di contenuti e di azione che dipenderanno dalla sensibilità del formatore (e addio oggettività della conoscenza scientifica!). Chi dovrà controllare tutta questa complessità? Il collegio dei docenti, altro organo multiforme e variegato, come il primo aneddoto riportato fa capire chiaramente.

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Ora, i dati della cronaca e alcune ricerche scientifiche ci ricordano che la scelta di affrontare questi temi è necessaria ed improcrastinabile. Ma come condurla? Come coinvolgere le famiglie? Chi riuscirà a convincere la mamma del litorale domizio che quell’invito alla figlia a farsi ingravidare lede la sua dignità di persona al limite della revoca della potestà genitoriale? Facciamo partecipare anche lei? Forse questa strada, ovviamente la più faticosa e dispendiosa economicamente, sarebbe la più fruttuosa. Ma ancora tanti problemi resterebbero da risolvere. Ad esempio: riusciamo, una volta per tutte, ad interdire l’accesso dei ragazzini di quinta elementare ai siti porno che invadono i loro smartphone? Che tipo di educazione sessuale-affettiva costruiscono i nostri ragazzini in tenerissima età? Il ddl del Ministro dice che la formazione sessuo-affettiva non sarà proponibile alla scuola dell’infanzia e alla scuola primaria. E allora cosa facciamo contro le “altre sorgenti” della formazione di questi bambini? A me, però, viene un’ultima domanda che ritengo essere la centrale: nell’epoca in cui, giustamente, stiamo abbassando l’età dell’orientamento scolastico addirittura alla scuola primaria e dell’infanzia perché, giustamente, si dice che i ragazzi debbano imparare a conoscersi nelle loro propensioni, passioni, capacità, in quest’epoca, perché negare proprio questo argomento che è, invece, centrale nell’orientamento di una vita che cresce? E perché farlo diventare una disciplina a parte, quasi come fossero altre nozioni da apprendere, invece che aiutare i nostri giovani a leggere in maniera integrale la sessualità e l’affettività presente in ogni aspetto dei temi che affrontiamo? In fondo, per fare qualche esempio, in alcune pagine dell’Iliade, esce prepotentemente il tema dell’omosessualità; nel Decameron la sessualità, anche licenziosa, è tema centrale; vicende di tipo sessuale o affettivo hanno inciso, addirittura, in qualche episodio storico che ha finito col coinvolgere intere nazioni provocando guerre o scismi. Perché rinunciare ad una formazione integrale che veramente accompagni i nostri giovani ad una presa di coscienza delle differenze (altro tema oggi tabù) sessuali e del rispetto che esse richiedono? Molto dipende da ciò che vogliamo ottenere e da quanto siamo liberi noi adulti. Finché ci saranno ideologie che vogliono a tutti i costi entrare nella scuola per bypassare le famiglie e arrivare, così, ai ragazzi per acquisirli alla sequela dell’idea, non riusciremo a proporre una formazione completa. E ci sembra di leggere dai fatti che, intorno alla cattedra, molti interlocutori si avvicendano per proporre la loro visione e non certo per aiutare i ragazzi a farsene una propria, libera, consapevole, né giusta né sbagliata, ma dignitosa. Anche dopo l’entrata in vigore della legge promessa dal governo, molti problemi resteranno, ma una cosa mi sembra che debba restare chiara e centrale: non bisogna “addestrare” i ragazzi quanto, piuttosto, dovremmo fornire loro mezzi per comprendere, capire, accettare, crescere liberi e consapevoli della propria dignità di persona. Non mi sembra che di questo si stia parlando molto. Leggo solo letture parziali che, inoltre, sono carenti dell’umiltà necessaria per accogliere anche altri punti di vista. Molte visioni parziali ritengono di possedere per intero la verità. E questo non fa bene ai nostri giovani che, nel frattempo, vengono (mal)educati da quel mondo amorfo e acritico veicolato dai media nei quali vivono.

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Piero Del Bene

Sposo, padre, insegnante di matematica e scienze nella scuola secondaria di primo grado. Catechista e formatore. Dopo la laurea in Matematica ha conseguito il Master in scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Con la moglie Assunta si occupano di Pastorale Familiare.

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