14 Gennaio 2026

“Non mi interessa”: quando il tennis perde l’umanità

Aryna Sabalenka, bielorussa, vince il torneo di Brisbane da numero uno al mondo contro Marta Kostyuk, ucraina. Ma il match più discusso non è quello giocato a tennis sul cemento australiano: è quello verbale e non verbale che si consuma fuori dal campo. Marta Kostyuk vive la guerra nel suo Paese come una ferita quotidiana: case al gelo, blackout, familiari che dormono sotto tre coperte. Le sue parole durante la premiazione sono un grido di dolore, accolto da un pubblico che capisce che, per una volta, lo sport non basta a se stesso: “Ogni giorno vivo con il dolore nel cuore. Ci sono migliaia di persone senza luce e acqua calda in questo momento. Fuori ci sono -20 gradi. È molto doloroso vivere questa realtà ogni giorno. Mia sorella dorme sotto tre coperte a causa del freddo che fa a casa”. Alla premiazione Kostyuk decide di non stringere la mano all’avversaria, non sorride, non finge normalità. È una scelta dura, forse discutibile, ma profondamente coerente con il dolore che racconta.

Sabalenka, risponde da atleta impeccabile: complimenti, auguri, fair play formale ma poi in conferenza stampa, alla domanda di un giornalista sul gelo tra le due la numero uno del mondo sceglie una linea drasticamente individualista: “Cosa posso farci? Non mi dispiace. Non mi interessa. Quando scendo in campo, penso solo al tennis e a tutto ciò che devo fare per vincere. Non importa se c’è Marta Kostyuk dall’altra parte della rete o Jessica Pegula. Io scendo in campo e do sempre il massimo. Non ho nulla da dimostrare. Vado lì e mi limito a competere come atleta”. Ora, è legittimo che un’atleta dica di concentrarsi sulla competizione. È persino comprensibile che non voglia caricarsi sulle spalle il peso della geopolitica. Ma qui non si parla di distrazione agonistica: si parla di assenza di empatia dichiarata. E la differenza è enorme.

Ora se invece di una guerra ci fosse stato un terremoto, un’alluvione, una tragedia “neutrale”, Sabalenka avrebbe detto lo stesso “non mi interessa”? Probabilmente no. Perché la guerra, a differenza di un sisma, chiama in causa responsabilità, schieramenti, appartenenze. Poteva dire “ci sono problemi più grandi del tennis”, significava riconoscere la realtà. Dire “la sofferenza fa male, ma in campo sono un’atleta” sarebbe stato un equilibrio possibile, umano. Invece sceglie altro: il trionfo dell’io competitivo che non vuole vedere, non vuole sapere, non vuole sentire. Ed è qui che l’editoriale non può che essere severo. Lo sport, soprattutto ai massimi livelli, non è mai solo sport. È narrazione pubblica e ha anche un valore educativo. Nessuno chiede a Sabalenka di chiedere scusa per una guerra che non ha iniziato. Ma dire “non mi interessa” davanti alla sofferenza raccontata dalla tua avversaria non è neutralità: è indifferenza e fa male.

Fa male perché chi ascolta potrebbe pensare che l’egoismo sia forza mentale: vinco, dunque esisto; il resto è rumore di fondo. Ma il tennis, come ogni sport, vive anche di ciò che accade fuori dal campo. Fingere che non sia così non rende più forti: rende solo più soli. Sabalenka ha vinto Brisbane. Kostyuk, paradossalmente, ha vinto qualcosa di diverso: ha ricordato a tutti che il dolore non va messo a tacere in nome della performance. E che a volte una mano non stretta dice molto più di mille strette di mano automatiche e formali.



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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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