16 Gennaio 2026

Sopravvivere ad un figlio

Non dovrebbe mai accadere che un genitore sopravviva a un figlio. È una frattura contro natura, una ferita che spezza il tempo e confonde ogni logica. È un dolore che non segue l’ordine delle cose, perché l’ordine dell’amore non prevede addii così. Sento il bisogno di tornare sulla tragedia di Crans Montana. Ne ho bisogno io, e ne hanno bisogno tanti genitori come me, attraversati da un disorientamento profondo che non si placa con il passare dei giorni. Perché certe assenze non si misurano con il calendario: si misurano con il silenzio delle stanze, con i progetti spezzati, con quella domanda che non smette di bussare dentro: “Perché?”. Davanti al pianto di una madre e di un padre che hanno perso un figlio, ogni parola rischia di essere inadeguata. Eppure quella domanda ritorna, sempre. È la stessa che papa Leone ha riconosciuto incontrando, il 15 gennaio, i genitori delle vittime. Parlando loro senza retorica, ha detto: «Uno si domanda tante volte: “Perché, Signore?”». È una domanda che non va censurata, perché attraversa la fede stessa. È la domanda che Gesù ha gridato sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Il Papa non ha cercato spiegazioni facili. Ha riconosciuto che questi sono momenti di dolore e sofferenza estremi, quando «una delle persone a voi più care, più amate, ha perso la vita in una catastrofe di estrema violenza», e questo accade nel momento più inaspettato, in un giorno che doveva essere di festa. E allora – ha detto – «cosa dire in una circostanza simile?». Quale parola può davvero consolare senza essere vana o superficiale? Forse, ha spiegato, c’è una sola parola possibile: quella pronunciata dal Figlio di Dio nel momento dell’abbandono. Una parola che non spiega il dolore, ma lo abita. Perché anche la risposta del Padre a quel grido non è stata immediata: «si fa attendere tre giorni, nel silenzio». Ma poi – ed è qui il cuore della fede – «che risposta! Gesù risorge glorioso».

È dentro questo orizzonte che siamo chiamati a fermarci e a interrogarci. Non per trovare risposte rapide, ma per assumerci una responsabilità più grande. La vita dei nostri figli ha un valore immenso. Al di là della giustizia umana, che farà il suo corso, ciò che resta è la domanda su cosa stiamo consegnando loro. Troppo spesso, di fronte alle tragedie, ci rifugiamo nell’illusione delle “istruzioni per l’uso”: cosa dire ai ragazzi, come avvertirli dei pericoli, come proteggerli da ogni rischio. Ma Crans Montana ci dice con crudezza che non basta. In quel luogo, altri adulti, in modo irresponsabile e criminale, hanno tradito una responsabilità. E allora la domanda diventa più profonda: stiamo educando i nostri figli a vivere o semplicemente a sopravvivere?

Che cosa vogliamo consegnare loro? Solo la capacità di difendersi dai pericoli o qualcosa che resista anche quando tutto crolla? Vogliamo che crescano per accumulare sicurezza, successo, riconoscimento, o ci preoccupiamo di riempire il loro cuore di amore, di relazioni vere, di parole dette senza rimandare? Parliamo loro di Cielo? Abbiamo il coraggio di consegnare la speranza di una vita che non finisce con la morte? Papa Leone lo ha detto con chiarezza ai genitori: «La vostra speranza non è vana, perché Cristo è veramente risorto». E ha ricordato le parole di san Paolo: «Se abbiamo riposto la nostra speranza in Cristo solo per questa vita, siamo i più da compatire». Ma non è così. La fede illumina i momenti più bui con una luce insostituibile.

Le parole della mamma di Giovanni Tamburi, una delle vittime al funerale del figlio, si collocano esattamente qui: «Lui è un angelo. Qui c’è solo un corpo. Giovanni è in cielo». È una madre che, nel buio più profondo, osa ancora parlare di amore, di speranza, di vita che non finisce. «Buttare via l’odio, non lasciarsi mai niente di non detto». È forse questa la consegna più grande. Dire ai nostri figli che li amiamo. Ogni giorno. Senza riserve. Non rimandare l’essenziale. Perché la vita è fragile e preziosa e non ci appartiene per sempre. E perché – come ha ricordato il Papa – «nulla potrà mai separarvi dall’amore di Cristo», né dalla presenza dei vostri figli che soffrono o che avete perso.

Il cuore resta trafitto, come quello di Maria ai piedi della Croce. Ma Maria Addolorata, ha detto papa Leone, «vi è vicina in questi giorni». A lei possiamo affidare le nostre lacrime, certi che, come lei, sapremo attendere nella notte della sofferenza con la certezza della fede, fino a quando un giorno nuovo sorgerà. E la gioia sarà restituita.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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