Il Vangelo letto in famiglia
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - 18 gennaio 2026
IO NONO LO CONOSCEVO
Come possiamo conoscere il progetto di salvezza che Dio ha per ciascuno di noi? La nostra vocazione dà senso alla nostra esistenza? Le nostre relazioni più abitudinarie sono attraversate dalla consapevolezza che siamo un dono gli per l'altri? L'Evangelista Giovanni fa irruzione nell'Anno A, dedicato alla proclamazione liturgica del Vangelo secondo Matteo, in questa Seconda Domenica del Tempo Ordinario.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,29-34)
29In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
IL COMMENTO
di fra Raffaele Petti, OFM
La conoscenza rivelativa
La testimonianza di Giovanni il Battista attira l’attenzione. Lo interrogano sacerdoti e leviti provenienti da Gerusalemme: vogliono sapere da lui chi è (cf. Gv 1,19-33). Lo ascoltano attenti i suoi discepoli: colgono la sua proposta e intraprendono la sequela di Gesù (cf. Gv 1,35-39).
Nel mentre di questi incontri, anche Gesù viene verso di lui; Giovanni lo riconosce e lo acclama: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo (v. 29); questi è il Figlio di Dio (v. 34). Nel mentre Giovanni si racconta: Io non lo conoscevo (v. 31; v. 33). Per due volte, in questa testimonianza del Precursore, ci imbattiamo in questa dichiarazione.
La prima volta Giovanni la pronuncia mentre rimanda alla sua predicazione da Precursore: Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me” (v. 30). Aggiungendo la motivazione del suo mandato da Precursore: Ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele (v. 31).
La seconda volta Giovanni la pronuncia per testimoniare l’esperienza fatta della manifestazione del Signore: Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui (v. 32). Chiarendo che a tale consapevolezza egli giunge per rivelazione: Ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo” (vv. 33-34).
La testimonianza di Giovanni il Battista attesta che possiamo conoscere Gesù per rivelazione; che per rivelazione possiamo raggiungere la conoscenza di Gesù come Salvatore, la consapevolezza che Lui è l’Agnello immolato che elimina il peccato, la luce che illumina per la vita (cf. Gv 1,4; 8,12).
Io non lo conoscevo (v. 31; v. 33). Giovanni si racconta e rende testimonianza a Colui che lo ha mandato a battezzare, affinché, quel segno di penitenza e di conversione, potesse costituire un’occasione per la manifestazione dell’identità di Colui che è, nella sua persona e per la sua signoria, il progetto della salvezza.
Sono venuto … perché … (v. 31). Colui che mi ha inviato … mi disse (v. 33). Giovanni si racconta e ci parla di questa rivelazione divina: del Padre che nel segno dello Spirito Santo, manifesta il Figlio, il quale ci rivela, nello Spirito Santo, il Padre (cf. Gv 1,18).
Per la rivelazione che il Signore gli fa, per questo, Giovanni conosce Gesù; lui non lo conosceva; ma il Signore gli ha detto, il Signore gli ha rivelato; lui non lo conosceva, ma per rivelazione, lo conosce.
Nonostante Giovanni sia comunque con Gesù in un contesto di relazione parentale, afferma di conoscere Gesù per rivelazione. Giovanni esprime in termini di rivelazione la sua conoscenza di Gesù, consapevole che non dal sangue, non dalla carne si matura la figliolanza divina, ma nell’accoglienza di Gesù (cf. Gv 1,12-13).
La consapevolezza vocazionale
A partire dal Vangelo si possono leggere le altre letture della Liturgia della Parola. Il Versetto al Vangelo, per esempio, fa risuonare il frutto dell’accoglienza di Gesù in noi che ci rivela la nostra appartenenza a Dio nel segno della sua vicinanza a noi (cf. Gv 1,14a.12a) e ci orienta a compiere la volonta di Dio, finalità a cui ci stimola anche il Salmo responsoriale (cf. Sal 40/39,1-2.4a.7-10): Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà (vv. 8b.9a).
Nella Prima Lettura, il profeta Isaia ci riferisce accoratamente che abbiamo uno scopo, una missione per la quale diventiamo luce delle nazioni, secondo il progetto di Dio. Su questa parola del Signore si fonda e si esprime la nostra consapevolezza di essere al servizio di Dio e dei fratelli, perché il Signore si è manifestato, ha parlato, ci ha plasmato per renderci strumenti di unità (cf. Is 49,3.5-6).
Nella Seconda Lettura, tratta dalla Prima Lettera ai Corinzi, ci viene proposta una percezione di noi secondo la consapevolezza vocazionale testimoniata dall’Apostolo Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, una consavepolezza di cui l’Apostolo rende testimonianza anche per noi che siamo, a nostra volta, come lui e come coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata (cf. 1Cor 1,1-3).
L’estraneità domestica
L’apporto della Parola di Dio nella nostra vita, del Vangelo letto in Famiglia, ci spinge a considerare le consapevolezze che si cristallizzano tra noi, soprattutto in quelle relazioni che appaiono così abitudinarie, come quelle nel contesto della famiglia – o della fraternità – , vuoi per l’eccessiva confidenza che si innesta nelle interazioni, la quale spesso si tramuta in una difettiva timidezza nell’entrare – effettivamente! – in un certe situazioni, in un certo modo.
Non maturiamo o rischiamo di non maturare una consapevolezza vocazionale di noi stessi e dell’altro. Rischiamo di non viverci in una conoscenza rivelativa.
Alcune dimestichezze nell’approccio all’altro sgamano piuttosto una sorta di estraneità domestica. Perché, non raggiungendo una conoscenza profonda di noi stessi e dell’altro alla luce della rivelazione di Dio, ci ritroviamo a vivere i circuiti domestici – o fraterni -, nell’ignoranza rivelativa, ignari dell’effettiva consistenza della nostra e dell’altrui dignità.
Io sono un dono. L’altro è un dono. Dio si rivela a me. Dio si rivela a ognuno e a tutti. Crea tra noi l’unità, nella quale si orienta la nostra familiarità – e fraternità.
L’estraneità domestica, pertanto, può essere, in effetti – oltre la suggestione di una frase d’impatto, stilata per esortarci a uscire da un male inutile (cf. Gv 18,15-18.25-26), di entrare in un bene possibile (cf. Gv 21,15-17) -, uno specchio per sgamare l’ignoranza da superare, maturando gradualmente una conoscenza per rivelazione, una consapevolezza vocazionale personale, dell’altro, di noi insieme.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




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