17 Gennaio 2026

Salvare, filmare, esserci davvero

Ieri sera, dopo cena, guardavo distrattamente il telegiornale fino a che un servizio ha catturato la mia attenzione. Nel video dalla neve spunta un braccio immobile. Il resto del corpo è sepolto sotto una coltre compatta. “Coming, sto arrivando”, urla Matteo mentre corre, affondando fino alle ginocchia. “Chiudi la bocca”, intima allo sciatore sepolto, per impedirgli di soffocare. Poi scava con le mani, veloce e attento insieme, libera il volto, il respiro. Solo dopo prende la pala dallo zaino e completa il salvataggio.

Matteo Zilla, 37 anni, lecchese trasferito a Lucerna, ha salvato così uno sciatore svizzero a Engelberg, durante un’uscita fuori pista. Un gesto decisivo e generoso. Eppure c’era qualcosa, in quelle immagini, che mi ha lasciata inquieta: mentre con una mano liberava naso e bocca dell’uomo, con l’altra riprendeva la scena. Il video. La prova. La testimonianza. Mi sono sorpresa a pensare, senza giudizio ma con sincerità: perché non lascia il telefono e aiuta con due mani?

Non è la prima volta che questa domanda affiora. È tornata con forza pensando alla tragedia di √, dove alcuni ragazzi, mentre il fuoco aveva già invaso buona parte del soffitto, continuavano a filmare. Anche lì, il telefono prima di tutto. Anche lì, il bisogno di fissare l’istante mentre tutto stava crollando. Non scrivo per scandalizzarmi, né per dividere il mondo tra buoni e cattivi. Matteo ha salvato una vita. Questo resta. Ma proprio perché il gesto è autentico, vale la pena fermarsi a riflettere su ciò che lo accompagna.

Da dove nasce questo bisogno quasi istintivo di immortalare il momento? Cosa temiamo di perdere se non lo registriamo? Abbiamo paura che la realtà, se non viene documentata, non esista davvero? Jacques Maritain scriveva che «l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità». Forse è proprio questa attenzione piena, indivisa, che oggi fatichiamo a esercitare. Divisi tra l’evento e la sua riproduzione, tra l’essere presenti e il dover dimostrare di esserlo, rischiamo di perdere entrambe le cose.

Che cosa significa, allora, vivere davvero ciò che accade? Forse non è provare emozioni forti, né esserci con una testimonianza visiva. Forse significa, come suggeriva Raïssa Maritain, «accettare di essere presenti a ciò che è, senza volerlo piegare immediatamente a noi». Stare davanti alla realtà con rispetto, lasciandole lo spazio di essere più grande di noi. Ci sono istanti — quelli decisivi, quelli estremi — che chiedono tutto: il corpo, l’attenzione, il silenzio interiore. Chiedono di essere abitati, non osservati. In quei momenti, lo smartphone non è neutro: è una soglia. Da una parte la vita che accade, dall’altra la vita che si guarda accadere.

Non si tratta di nostalgia per un passato senza tecnologia, né di demonizzare gesti ormai automatici. Si tratta di chiederci se siamo ancora capaci, quando serve, di lasciare che la realtà ci raggiunga senza filtri. Di restare lì, anche senza prove, anche senza replay. In fondo, come intuiva Leopardi, ciò che cerchiamo non è l’istante registrato, ma la pienezza che sentiamo mancare. La vera domanda, dunque, non è perché filmiamo, ma se siamo ancora disposti, quando conta davvero, a mettere tutto il resto in tasca e usare entrambe le mani per restare umani.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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