21 Gennaio 2026

Il figlio che resta

La cronaca ci ha consegnato l’ennesima notizia che non avremmo voluto leggere. Federica Torzullo è stata uccisa dal marito con ventitré coltellate, poi bruciata e seppellita in un cantiere. Un delitto efferato, maturato sembra da quello che dicono i media perché lui non accettava la decisione della separazione. Un fatto che si aggiunge alla lunga lista di omicidi che si perpetrano nei confronti delle donne che scandiscono, con una regolarità spaventosa, il nostro tempo.

Non voglio entrare nella brutalità di ciò che è accaduto. Il male, quando è gridato troppo forte, diventa rumore. E il rumore non consola nessuno. Non voglio nemmeno addentrarmi nella questione della separazione, nei torti, nelle colpe, nei dettagli giudiziari. Voglio fermarmi altrove. Voglio guardare questa storia dalla prospettiva che quasi sempre resta sullo sfondo: quella di un bambino di dieci anni, figlio unico, che da un giorno all’altro ha perso tutto.

Non ha più una madre da chiamare la sera, non ha più un padre che lo accompagni a scuola. Ha solo una stanza silenziosa, una valigia di ricordi spezzati e una domanda che nessun adulto osa davvero ascoltare: di cosa avevo bisogno io?Un bambino che perde entrambi i genitori nello stesso istante – uno morto, l’altro in prigione – non perde solo una famiglia. Perde la grammatica affettiva del mondo. Perde la fiducia elementare che qualcuno veglierà su di lui. Perde la certezza che l’amore è una cosa che dura.

E allora mi chiedo, con onestà e tremore: di cosa avrebbe avuto bisogno questo figlio, prima che tutto crollasse? Di cosa hanno bisogno, davvero, i nostri figli? Noi diciamo di amarli più di ogni altra cosa. Li fotografiamo, li celebriamo, li riempiamo di oggetti, di attività, di promesse. Ma poi li esponiamo, spesso senza rendercene conto, a tragedie immani. E non parlo solo degli epiloghi estremi come quello che ha spezzato la vita di Federica e di suo figlio. Parlo delle rovine quotidiane che costruiamo noi adulti: parole che feriscono, assenze che si accumulano, egoismi mascherati da libertà, fughe chiamate “nuovi inizi”.

Le macerie a cui esponiamo i nostri figli sono terribili, e la cosa più inquietante è che spesso non ce ne accorgiamo. Perché siamo stanchi, perché siamo confusi, perché siamo feriti a nostra volta. Ma una ferita non giustifica un’altra ferita. Dovremmo avere il coraggio di porci una domanda che suona scomoda: perché non tuteliamo davvero i diritti dei bambini? E quali sono questi diritti, se proviamo a dirli senza ideologia, senza slogan?

Il primo diritto è avere due genitori che si amano. Non in modo perfetto, non senza conflitti, ma in modo responsabile. Un amore che non scappa alla prima difficoltà, che non si arrende alla noia, che non si frantuma appena arriva la fatica. Il diritto di vedere che, pur nelle difficoltà, i genitori non cercano scorciatoie, non imboccano vie di fuga fatte di relazioni effimere e fugaci, ma cercano – davvero, fino in fondo – di fare di tutto per mantenere unita la loro famiglia. Perché un bambino non ha bisogno di adulti sempre felici. Ha bisogno di adulti fedeli, che in quella fedeltà matura che non è subordinazione o sopportazione violenta, trovano il segreto della gioia.

Poi c’è il diritto a ricevere un’educazione al bene. Essere nutriti nel cuore con cose buone. Con un linguaggio limpido, scevro di scurrilità come spesso ascolto. Senza esposizioni premature a contenuti che non possono decifrare. In un tempo in cui l’innocenza è sotto assedio, difenderla è il compito di noi adulti. E poi le virtù di cui tanto parliamo – il rispetto, la tolleranza, il sacrificio, l’aiuto ai più deboli – non devono restare parole appese al muro, ma gesti incarnati. Dobbiamo viverle per primi. Mostrare che l’amore non è solo sentimento, ma una responsabilità quotidiana.

Quel bambino di dieci anni non aveva bisogno di un mondo perfetto, né di una cameretta superaccessoriata e nemmeno della dote per il suo futuro. Aveva bisogno di adulti che sapessero restare. Che sapessero chiedere aiuto prima di distruggere tutto. Che sapessero mettere il suo bene davanti alle proprie pulsioni. Forse è questo che dovremmo imparare a dire, guardandoci allo specchio senza alibi: i figli non sono un diritto degli adulti. Sono una presenza sacra. E ogni volta che scegliamo noi stessi invece di loro, ogni volta che giustifichiamo una fuga, ogni volta che minimizziamo una ferita, aggiungiamo un mattone invisibile a una casa che un giorno potrebbe crollare.

Quel bambino, oggi, non può più ricevere ciò di cui aveva bisogno dai genitori ma spero e prego che altri adulti potranno provare a farlo. Se da questa vicenda possiamo imparare qualcosa è cominciare, finalmente, a proteggere i nostri figli come meritano davvero.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia

Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).

CONTINUA A LEGGERE



Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

ANNUNCIO


ULTIMI COMMENTI

Vai all'archivio di "Un Caffè sospeso"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per commentare bisogna accettare l'informativa sulla privacy.