Oltre il secolo della solitudine. Papa Leone XIV ai giovani di Melbourne

Foto tratta da Videomessaggio Leone XIV ai giovani: trovate il vostro posto nel mondo ascoltando la voce di Dio - VaticanNews

Per settimane, una mail è rimasta sepolta nella mia casella di posta, in quella terra di mezzo delle cose importanti ma non urgenti. Era un lungo saggio di Derek Thompson intitolato Il secolo anti-sociale. Il titolo mi aveva colpito, ma la vita, come spesso accade, aveva reclamato la precedenza. Ho deciso di aprirlo solo diverse mattine dopo, e non è stato un caso.

Ho deciso di leggerlo solo dopo essere tornata da un weekend a Pompei, dove con la Fraternità di Emmaus abbiamo vissuto un ritiro con 25 adolescenti. Venticinque volti, venticinque storie, venticinque cuori in subbuglio. Mentre leggevo l’analisi spietata di Thompson sulla nostra solitudine volontaria e sulla maledizione della comodità che ci chiude in casa, mi sono tornati in mente quei ragazzi. Erano incollati alla sedia. Non perché usassimo effetti speciali o il linguaggio ammiccante dei social, ma perché stavano ricevendo qualcosa di vero. Di serio. Sentivano che non stavamo parlando di loro, ma al loro cuore.

In quelle stesse ore, dall’altra parte del mondo, a Melbourne, si stava svolgendo l’Australian Catholic Youth Festival 2025. Papa Leone XIV ha inviato un videomessaggio che sembra rispondere punto per punto sia alle statistiche di Thompson, sia alle domande che hanno abitato il cuore dei ragazzi quel fine settimana.

Il Papa, parlando in inglese, ha riconosciuto che essere giovani oggi è meraviglioso, sì, ma terribilmente difficile. “Trovare il proprio posto nel mondo sembra essere ancora più difficile oggi”, ha detto il Pontefice, sottolineando come la tecnologia “può anche lasciarci più isolati gli uni dagli altri”.

È la stessa dinamica isolazionista di cui parla Thompson: siamo iper-connessi digitalmente, ma abbiamo perso quell’anello intermedio di relazioni reali che ci insegna a vivere. Ma dove il sociologo vede una crisi della civiltà, Papa Leone vede una crisi di identità che precede quella sociale. Prima di ascoltare i nostri amici o la cultura dominante”, ha ammonito il Papa, “dovremmo innanzitutto rivolgerci a Dio”. Perché la solitudine moderna nasce dal dimenticare chi siamo.

I ragazzi cercano disperatamente di essere unici finendo per essere tutti uguali, vittime di quella che Thompson chiama l’omologazione algoritmica. Papa Leone XIV ha toccato questo nervo scoperto citando San Carlo Acutis: “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”.

Leggi anche: Dio vuole una relazione con noi, non comunica solo idee. Così Papa Leone

“Non lasciate che questo accada a voi”, ha tuonato dolcemente il Papa. C’è una potenza liberatoria in queste parole. Mentre il mondo (e l’algoritmo) ci spinge a ottimizzare le nostre vite in una solitudine perfetta e performante, Papa Leone ci ha ricordato una verità semplice e disarmante, citando Benedetto XVI: “Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno di noi è amato, ciascuno di noi è necessario”.

Ecco perché quei 25 ragazzi a Pompei non si scollavano dalla sedia. Perché qualcuno stava dicendo loro che non sono un incidente di percorso, né il risultato di una performance sociale andata bene. Sono necessari.

Il Pontefice ha invitato i giovani australiani a costruire reti e amicizie non per passatempo, ma per “edificare il Regno di Dio nelle vostre aree locali”, usando l’immagine di San Paolo del corpo e delle membra: nessuno basta a se stesso.

Costruire relazioni vere richiede, come ha detto il Papa, “maggiore amore, impegno e sacrificio”. È scomodo. È l’opposto del ricevere la cena a casa con un clic senza guardare in faccia il corriere. Ma è l’unica via per la gioia. Quella gioia profonda che si vedeva negli occhi di Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, giovani santi dalla vita piena, non ritirata.

Leggendo Thompson e ascoltando Papa Leone, si comprende come il vero atto rivoluzionario oggi non sia l’indipendenza ostentata, ma l’appartenenza.

Il Papa ha avuto il coraggio di chiedere ai ragazzi di avere il coraggio di dire sì se chiamati al sacerdozio o alla vita consacrata, o comunque di impegnarsi in un discepolato quotidiano. Sembra una follia nel secolo dell’individualismo sfrenato. Eppure, è l’unica proposta che ho visto capace di riaccendere la luce negli occhi di un adolescente.

In ogni parte del mondo la sfida è la stessa. Non si tratta di demonizzare il telefono o la stanza in cui ci rifugiamo, ma di scoprire che fuori c’è Qualcuno che ci aspetta. Che siamo nati originali per “mettere fuoco nel mondo”, come diceva Santa Caterina citata dal Papa, e non per spegnerci lentamente davanti a uno schermo blu.

La Chiesa non deve inseguire il mondo sul terreno dell’intrattenimento; il mondo dell’intrattenimento ci sta rendendo soli. La Chiesa deve essere strumento, imperfetto ma reale, per far parlare Dio al cuore. Perché quando il cuore ascolta quella voce, la solitudine non fa più così paura.




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