Come trasformare il lutto in amore? La storia di Michele e dei suoi genitori

Adrianna e Davide ci hanno raccontato la loro storia: un amore intenso che li ha condotti al matrimonio, la gioia di diventare genitori e poi la prova più dura, la malattia del loro piccolo Michele, volato in cielo a soli sette anni e mezzo per un tumore al cervello. Nonostante il dolore immenso, hanno scelto di reagire con fede e di trasformare le lacrime in speranza. Perché Dio non ha guarito il loro bambino? È il papà a rispondere: “Il miracolo non era per Michele, era Michele”.

Adrianna e Davide: che frutti avete visto in questi anni, grazie alla fede?

Prendiamo in prestito le parole dell’omelia di Don Umberto Ciullo quando celebrò il funerale di nostro figlio.“…ora noi non siamo riusciti materialmente e fisicamente a salvare Michele, ma è Michele che ci ha salvati spiritualmente. Ci ha salvati con la sua testimonianza e con la serenità di fondo con cui ha vissuto questo anno di malattia. Incredibile per un bambino. Ci ha salvato perché ha messo in moto in ciascuno di noi quell’empatia, quella compassione che è virtù cristiana, per farsi carico del dolore altrui che dice la nobiltà dell’animo umano. Ci ha salvato perché intorno a lui si è generato un bene straordinario ed anche una sintonia di emozioni e di sentimenti, un’unità profonda anche nel nostro paese. Michele, quindi, con la sua innocenza perfettamente in linea con tutti gli innocenti del Vangelo e della Sacra Scrittura, ha salvato noi che forse innocenti non siamo.”

“Perché Dio non ha fatto il miracolo ed ha salvato Michele?”, ci siamo sentiti chiedere, mentre la bara veniva sotterrata. Una domanda posta male e, forse, al momento sbagliato. A volte meglio silenzio di una frase fuori luogo. Eppure ho voluto rispondere: “Il miracolo non era per Michele, il miracolo era Michele! C’è metà paese al cimitero oggi, molti negozi chiusi per partecipare alle esequie, persone che non si parlavano da anni oggi si stringono le mani, si abbracciano. Un ulteriore prova di quello che già aveva visto il parroco”.

Qualche mese prima un mio collega – dice il papà – mi portò in una chiesa vicino al nostro ufficio. Davanti ad un quadro, recitò il Padre Nostro. “L’ho imparato a memoria”, mi disse compiaciuto. “Prego ogni giorno per Michele”. Aveva imparato la preghiera a memoria, non la sapeva fino a quel momento! 

I miei zii non si vedevano tutti insieme da almeno 20 anni, alcuni serbando piccoli rancori reciproci; spesso si ritrovarono al capezzale di Michele; la sua pungente ironia, la sua forza d’animo li riunì.

L’estate scorsa sul palco cantava un uomo che tristemente raccontava della recente perdita di un caro amico. Adrianna lo aspettò e, dopo il concerto, gli regalò il piccolo libretto che abbiamo scritto per spiegare la morte ai bambini. Un gesto spontaneo, un dono offerto senza aspettarsi nulla in cambio.

A novembre questa persona ci venne a cercare e ci trovò: “Voglio conoscere meglio vostro figlio”. Ci disse.

Una mattina gli raccontammo qualcosa di Michele ma dopo una settimana lui ci richiamò.: “Voglio fare qualcosa per vostro figlio, voglio ricordarlo come so fare io, col canto Posso organizzare un concerto per lui?”. Ebbene, il 28 febbraio 2026 si terrà il primo evento organizzato dalla nostra associazione.

In che modo aiutate altre famiglie con vissuti simili?

Nella nostra parrocchia molte pastorali sono affidate ai laici, il nostro parroco celebra, noi prepariamo tutto perché la celebrazione sia sempre al meglio.

Già da una decina di anni, entrambi facciamo parte della pastorale battesimale, preparando le giovani coppie a capire meglio questo sacramento.

Circa un anno prima che Michele si ammalasse, quasi una premonizione, Davide cominciava a sentire la necessità di preparare anche una pastorale del lutto. Con il parroco se ne era parlato già molto tempo prima, ma questa volta si partì davvero.

Si preparò, con attenzione, un rito che sostituisse il Santo Rosario e che potesse essere più personale a seconda del defunto in questione.

Per un anno l’equipe, di circa venti persone, si preparò incontrando consacrati, medici, psicologi per avere un quadro completo della situazione.

Ironia della sorte, inutile dirlo, Michele fu il primo defunto accolto in cielo con questo rito, che ora ha preso decisamente piede nella nostra parrocchia.

Una volta saputo della scomparsa, alcuni esponenti dell’equipe per il lutto fanno visita ai famigliari portando una croce bucata. “Quei buchi sono la mancanza che ha lasciato il vostro caro” e si propone un breve momento di preghiera. La sera successiva, poi, in chiesa, viene celebrata la veglia come indicato sopra. 

Entrambi facciamo parte di questa equipe e, per chi conosce la storia, la sola nostra presenza è un conforto. A chi non sa, se non serve, non raccontiamo nulla perché ora il dolore è loro, non vogliamo fare “a gara” per chi soffre di più.

“Non sappiamo cosa dire” dicevano alcuni dell’equipe durante la preparazione. “State zitti” era la risposta di Davide: “Piuttosto che dire frasi fatte, inutili che spesso fanno ancora più male, state zitti. Il silenzio è un forte abbraccio”.

Leggi anche: Due genitori rispondono alla morte con la vita. La storia di Michele

Dalla rabbia all’amore: come si fa, quando la vita compie una vera ingiustizia?

Il lutto non è un capitolo semplice della vita in nessun caso, ma non lo è soprattutto quando si tratta della perdita di un bambino.

La conseguenza può essere chiudersi al mondo circostante oppure, nelle tasche del cuore, cercare e trovare la forza per andare avanti.

In quei momenti ti sembra di percorrere un cammino contro tutto e tutti, ma al tempo stesso senti che fai la cosa giusta. O almeno ci provi.

E questo è per noi il cammino nel lutto di noi genitori “orfani” da più di due anni.

Ogni tanto ci sentiamo di dire “Come riuscite ad andare avanti? Io non ce la farei!”. È brutto da dire, ma noi ci siamo dentro e tu no, forse se ci fossi dentro anche tu capiresti meglio cosa ci spinge ad andare avanti.

La vita non ci ha chiamato chiedendo, se ciò che c attendeva ci andasse bene o no, ci è successo e basta. In qualche modo, “per forza” ci dobbiamo convivere. Non dico accettare, ma convivere.

Abbiamo insegnato a Michele a lottare, a sopportare e a supportarci a vicenda. Lui l’ha fatto fino alla fine ed ora… ci facciamo superare dall’allievo? No.

Abbiamo deciso di vivere ancora più in mezzo agli altri, di testimoniare l’Amore che a volte non è facile vedere e sentire, “quell’Amore nascosto dietro scene di odio e di dolore”, come dice una canzone del Gen Rosso.

È sempre facile? Assolutamente no! Abbiamo anche noi quei momenti in cui ci sentiamo soli, i momenti in cui ci assale un po’ di invidia per i genitori che accompagnano a scuola i propri figli, o giocano con loro al parco. Proviamo livore per quelli che li trattano male o li abbandonano.

Non è facile guardare avanti, ma Michele ha lottato fino all’ultimo, non possiamo deluderlo.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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