I santi della porta accanto
Don Enrico Smaldone, “apostolo della gioventù”: una luce che non si spegne
Angri ha ricordato don Enrico Smaldone nel giorno dell’anniversario della sua morte, avvenuta il 29 gennaio 1967. Una celebrazione intensa e partecipata, svoltasi presso la Cittadella della carità che porta ancora il segno del suo sogno più grande, la “Città dei ragazzi”, ha reso omaggio a una figura sacerdotale che continua a parlare al presente della Chiesa e della società.
Non è stato solo un anniversario, ma un vero e proprio atto di fede e di memoria viva quello celebrato ad Angri il 29 gennaio 2026, nel giorno dedicato a don Enrico Smaldone, sacerdote e “apostolo della gioventù”, a cinquantanove anni dalla sua morte. Una memoria che non guarda al passato con nostalgia, ma che continua a generare futuro, come dimostrano i volti, le storie e le opere che ancora oggi abitano la Cittadella nata dal suo sogno.

La celebrazione eucaristica, presieduta dal vescovo mons. Giuseppe Giudice, concelebrata anche dal postulatore della causa di canonizzazione del servo di Dio, mons. Francesco Rivieccio, da don Silvio Longobardi, custode della Fraternità di Emmaus e dai sacerdoti dell’Oasi Buon Pastore, si è svolta in un clima di raccoglimento e gratitudine. Nell’omelia, il vescovo ha subito posto una domanda che ha attraversato l’intera liturgia: «Il 29 gennaio 1967, Angri piangeva la morte di un suo apostolo. Si era spenta una luce o si era accesa?». Una domanda solo apparentemente semplice, perché «se facciamo una lettura solo umana – ha spiegato mons. Giudice – la luce si spegne ma la lettura spirituale ci dice che la luce, quando si consuma, riscalda e illumina». Don Enrico è stato descritto come una di quelle luci che non abbagliano, ma che scaldano, una santità discreta e quotidiana, quella dei “santi della porta accanto” dei quali parlava papa Francesco, capace di illuminare senza fare rumore.


Il vescovo ha ricordato la figura di don Enrico come uomo umile e semplice, sacerdote che non ha mai avuto paura di fermarsi davanti al dolore, soprattutto quello dei bambini. Nel difficile contesto del dopoguerra, mentre il Paese cercava di rialzarsi dalle macerie, don Enrico seppe vedere ciò che altri non vedevano: ragazzi soli, feriti dalla povertà e dall’abbandono, bisognosi non solo di pane ma di futuro. Attualizzando il messaggio di don Enrico, mons. Giudice ha parlato delle nuove forme di povertà e di una “guerra antropologica” che ancora oggi colpisce la vita umana. «Don Enrico – ha detto – non si è tirato indietro, non ha avuto vergogna né paura. Ha dato a quei ragazzi una carezza, un’educazione, una presenza vera. Non da remoto, ma condividendo la loro vita». Una dedizione totale, vissuta fino a trascurare sé stesso e la propria salute, pur di restare fedele al suo sogno.
E quel sogno, la Città dei ragazzi, non si è spento con lui. «Se oggi questa Cittadella accoglie bambini e famiglie – ha sottolineato il vescovo – significa che il sogno di don Enrico continua, cambia forma ma non perde il cuore: la passione per Cristo e per i più piccoli».
A raccogliere e rilanciare questo testimone è stato, nel suo intervento conclusivo, don Silvio Longobardi, custode della Fraternità di Emmaus, che ha voluto ricordare come don Enrico non sia stato un eroe isolato, ma “un sacerdote figlio di questa terra e di questa Chiesa”. Un volto concreto di una comunità che sceglie di non chiudere gli occhi davanti ai drammi della storia, anche quando le sfide appaiono più grandi delle forze umane.
Ripercorrendo la storia della Città dei ragazzi, don Silvio ha ricordato la nascita dell’opera negli anni Cinquanta, nel faticoso periodo post-bellico, e la conclusione del suo primo itinerario storico alla fine degli anni Settanta. Nel 2009, la struttura è stata affidata alla Fraternità di Emmaus, chiamata a custodire e rendere vivo il carisma della carità di don Enrico.

Una carità che oggi prende forma in numeri, volti e storie concrete: «Fin dall’inizio del nostro cammino abbiamo ricevuto il ministero di prenderci cura dei più piccoli, cioè i bambini non ancora nati» racconta don Silvio «e tanti di loro sono nati proprio grazie al nostro ministero della vita. Come il bene si diffonde, anche la carità dilata il cuore. E così, lungo gli anni abbiamo iniziato ad aprire case di accoglienza per accogliere mamme e minori: dal 1998 ad oggi, nelle diverse case della Fraternità, abbiamo accolto almeno 500 minori; nella sola Oasi don Enrico Smaldone, presente alla Cittadella, aperta nel 2015 abbiamo accolto 7 mamme e 20 minori».
Accanto all’Oasi, alla Cittadella c’è anche l’Emporio della solidarietà e il Centro diurno. Realtà diverse, ma unite da un unico obiettivo: accogliere, educare, integrare, costruire comunità. L’Emporio, vero presidio di prossimità, sostiene ogni mese decine di famiglie e continua a ricevere donazioni spontanee che raccontano un territorio capace di farsi carico dei più fragili. Il Centro diurno, animato da giovani del Servizio Civile, volontari e educatori, è diventato uno spazio di crescita, studio, gioco e relazione, dove la diversità non divide ma arricchisce. «La carità non avrà mai fine», ha ricordato don Silvio, sottolineando come la preghiera sia la sorgente silenziosa di ogni gesto d’amore. La Cappella dei santi Luigi e Zelia Martin, aperta ogni giorno, resta il cuore pulsante di un’opera che continua a generare vita.

La celebrazione si è conclusa con un momento di festa insieme ai bambini delle diverse realtà di accoglienza. I più piccoli hanno donato al vescovo un disegno raffigurante don Enrico. Il direttivo di Progetto Famiglia ha consegnato, attraverso le mani del vescovo, una targa di riconoscimento a tre realtà del territorio che si sono distinte per il loro impegno a favore dei bambini donando a Natale giochi e materiale scolastico: Rosario Corrado Mangino, ideatore e coordinatore di Magic Castle, Alfonso Campitiello, presidente dell’ASD Angri Pallacanestro, e le Guardie Ambientali Italiane – sezione di Angri. Un segno concreto di gratitudine e di continuità, nel solco di quella luce che, consumandosi, continua ancora oggi a illuminare.



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