30 Gennaio 2026
Social media come prodotto progettato per creare dipendenza? Il processo USA
Negli Stati Uniti si è aperto a Los Angeles un processo storico, in cui decine di piattaforme — Meta (Instagram e Facebook), YouTube (Google/Alphabet), Snap e TikTok — sono accusate di aver progettato i loro prodotti in modo deliberato per creare dipendenza nei minori, con conseguenze pesanti sulla salute mentale di adolescenti e giovani adulti. Il caso pilota riguarda una giovane di 19 anni (identificata come K.G.M.), che sostiene di aver iniziato a usare social molto presto e di aver sviluppato dipendenza, depressione e pensieri suicidi a causa del design delle piattaforme. Secondo l’accusa, oltre 1.600 querelanti, tra famiglie e distretti scolastici, sostengono che questi strumenti di design abbiano spinto milioni di bambini e adolescenti verso un uso compulsivo con effetti come ansia, depressione, disturbi alimentari e in alcuni casi gravi crisi psicologiche.
Perché questo processo è significativo per i genitori? Fino a ieri, l’idea che i social media potessero essere progettati volutamente per creare dipendenza era qualcosa di evocato nei dibattiti accademici o nei documentari ma mai provato in sede legale. Quello che emerge ora — e che la giuria americana dovrà valutare — è se la dipendenza non sia un “effetto perverso” del prodotto, ma parte integrante del modello di business: più tempo di utilizzo = più dati, più pubblicità, più profitti. Se questo principio venisse riconosciuto da una corte, potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui pensiamo alle piattaforme digitali: da semplici spazi di comunicazione a prodotti con una forte componente di manipolazione psicologica.
Comprendiamo che a quel punto non si tratta più solo di educare i figli “a stare un po’ meno sui social”, quanto di comprendere che le piattaforme possono essere costruite per sfruttare vulnerabilità reali – cerebrali, emotive e sociali. È un’esagerazione? Numerosi studi suggeriscono che l’uso intensivo dei social media, soprattutto negli adolescenti, è associato a un aumento di ansia, depressione, disturbi del sonno e comportamenti compulsivi. Anche se la scienza non parla ufficialmente di dipendenza come diagnosi clinica riconosciuta universalmente, esistono evidenze che l’interazione prolungata con certe forme di social presenta pattern simili a quelli delle dipendenze comportamentali e neurobiologiche.
A quel punto i genitori dovranno anche cambiare prospettiva. Il loro ruolo oggi non può essere solo quello di mettere limiti di tempo o di controllare le app installate. È soprattutto quello di cambiare sguardo. Di smettere di minimizzare. Di riconoscere che i nostri figli non stanno semplicemente “passando il tempo online”, ma abitano spazi progettati per condizionarli. E che non basta dire “ai miei tempi si usciva di più” o “basta spegnere il telefono”. Serve consapevolezza, alleanza tra adulti, pressione culturale e politica.
Il processo americano non darà risposte immediate. Ma pone una domanda che non possiamo più evitare: se la dipendenza è parte del prodotto, chi deve risponderne? E soprattutto, chi protegge i più giovani mentre aspettiamo che qualcuno lo faccia davvero? È un tema da seguire con attenzione. Perché riguarda il futuro, ma anche il presente quotidiano delle nostre famiglie. E perché, questa volta, non possiamo dire che non lo sapevamo.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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