GIORNATA PER LA VITA
Nessuna vita è un errore. La storia di Arturo Mariani, nato con una sola gamba
Arturo Mariani è un giovane papà: ha una bambina e, da poco, ha annunciato l’arrivo della sua seconda figlia. Una famiglia come tante, penseranno i lettori. Eppure, secondo una certa mentalità eugenetica, che avvelena sempre più la nostra società, Arturo “non sarebbe mai dovuto nascere”. Quando era ancora nel grembo materno, infatti, ai suoi genitori venne più volte consigliato l’aborto. Il motivo? Quel bambino sarebbe nato senza una gamba.
Domani, domenica 1° febbraio, ricorre la Giornata per la Vita. Mai come oggi abbiamo bisogno di storie vere – non di prediche – che mostrino il valore inestimabile di ogni esistenza, anche quando non vengono risparmiati fatica e dolore.
Per questo raccontiamo la storia di Arturo, un giovane uomo da sempre sensibile al tema della vita nascente. In molti aspetti, è un ragazzo come tanti: ama lo sport, tifa Roma, segue le questioni sociali, ha un carattere solare, pur avendo attraversato momenti difficili, che non nasconde.
I genitori, Stefano e Gianna, lo ricordano come un bambino vivace, sempre in moto e poco incline a restare chino sui libri. Spesso faceva i dispetti al fratello e la sorella maggiori, ma poi li cercava, come fossero il suo faro in mare.
Nell’autobiografia Nato così. Diario di un giovane calciatore senza una gamba, ripercorre il suo cammino: dalla diagnosi prenatale fino al debutto nella Nazionale Italiana di Calcio Amputati.
E ci racconta che la sua nascita non era affatto scontata. I genitori dovettero lottare contro giudizi e pressioni: qualcuno li definì persino “egoisti” per l’ostinazione ad accogliere, a ogni costo, un bambino che, secondo molti, avrebbe solo sofferto. I medici proposero “aborto terapeutico”, un’operazione che – diciamolo chiaro e tondo – non cura proprio nessuno. Stefano e Gianna non si lasciarono spaventare: dissero un “sì” pieno e convinto alla vita.
Sarebbero stati loro a adattare ogni cosa – e sé stessi – alle esigenze del bimbo, erano certi che credere nel potenziale di quel figlio gli avrebbe permesso di tirare fuori il meglio di sé.
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“Non potrà camminare? Non potrà correre?”, domandavano i fratelli, abbastanza grandi per capire, guardando il pancione della mamma. “Correrà a modo suo”, rispondevano i genitori.
Ed è andata proprio così: Arturo ha corso “a modo suo”, metaforicamente e non. Con una protesi, è entrato in una squadra di calcio. Ha palleggiato per ore sul terrazzo – rompendo anche qualche vetro –, fino a giocare ai Mondiali in Messico nel 2014 con la Nazionale Amputati.
Oggi Arturo è spesso invitato nelle scuole, incontra migliaia di ragazzi. E quando gli chiedono se la vorrebbe la gamba che gli manca, risponde che sì, forse sarebbe tutto più semplice… ma non darebbe indietro nulla della sua storia, perché lo ha reso la persona che è oggi.
Eppure, sa che è un “privilegiato”: i genitori lo hanno accolto proprio come era, per poi fare tutto il possibile per lui. La casa si è trasformata in un’officina: la mamma aggiustava la protesi, punto dopo punto, a volte meglio dei tecnici. E le ore nel traffico per le visite divennero momenti di preziosa confidenza.
Arturo ricorda con affetto anche la nonna Nella, che lo ha sempre visto come un dono e gli ripeteva: “Arturino farà grandi cose”. Il suo amore gli ha insegnato a sentirsi speciale, amato, voluto.
Chissà se chi un tempo immaginava la sua vita solo come una lunga sofferenza sa delle sue partite in Nazionale, dei suoi viaggi, delle sue amicizie, delle trasmissioni radiofoniche registrate con entusiasmo, del suo impegno in parrocchia e nella Caritas.
Chissà se queste persone sanno che Arturo ha reso nonni i suoi genitori, zii i suoi fratelli. Che ogni giorno costruisce il suo futuro insieme alla donna che ama e alle loro bambine.
La sua vita smaschera tante menzogne, tra cui quella che per essere felici – e addirittura per poter essere accolti dai propri genitori! – bisogna essere perfetti.
Bugie.
Grazie, Arturo, che ce lo ricordi.
Solo l’amore crea il mondo di cui abbiamo bisogno, tutto il resto è idolatria.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).












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