CORRISPONDENZA FAMILIARE
Aborto. Parole chiare, c’è in gioco la vita
2 Febbraio 2026
Ho letto e riletto il Messaggio della CEI in vista della Giornata per la Vita, quello che avrebbe dovuto incoraggiare e incentivare l’impegno di tutta la comunità ecclesiale, ma devo confessare che non mi convince. Lo dico con rispetto e franchezza. Parla di tante cose, affronta tanti capitoli di quell’ingiustizia che attraversa la storia umana. E tra queste mille cose, accenna pudicamente anche all’aborto, senza però nominarlo: “pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale”. Solo un accenno e peraltro limitato solo ad una particolare categoria, quella di chi sopprime la vita perché affetta da qualche patologia. Non mi pare la più diffusa tra le cause di coloro che fanno ricorso all’aborto.
Un Messaggio che dice tutto e nulla. Se aveva l’obiettivo di sollecitare un maggior impegno, possiamo tranquillamente dire che non lo ha raggiunto. Non mi pare capace di smuovere l’acqua cheta di una società e di una comunità ecclesiale che sembrano ormai aver metabolizzato l’aborto come un passaggio necessario o inevitabile, a seconda dei casi. Non mi pare capace di provocare l’opinione pubblica e suscitare o riaprire un dibattitto serio su questo argomento. Le parole devono pungere, far riflettere e scuotere la coscienza di chi dorme sonni tranquilli. Anche e soprattutto quella di tanti cattolici che non vedono il diritto alla vita come un capitolo essenziale e decisivo della carità sociale.
Facciamo troppo poco e quel poco non incide nella coscienza collettiva. Corriamo il rischio di diventare complici di una cultura che fa dell’aborto non più un dramma da evitare e/o limitare ma una conquista civile e perciò un diritto esigibile e inalienabile. Non abbiamo più il coraggio di dire che il concepimento segna l’inizio della vita, il punto di partenza di un viaggio che ogni essere umano ha diritto di compiere fino alla fine.
Anni fa, dinanzi all’ennesimo naufragio di un barcone nel Mediterraneo, Papa Francesco disse semplicemente: “Vergogna”. Un giudizio senza appello, rivolto a tutti gli attori in gioco. Un giudizio che richiama ciascuno ad agire con maggiore responsabilità per evitare altri drammi come questi. E come possiamo noi tacere dinanzi alla soppressione della vita di migliaia di bambini innocenti? Perché, anche in questo caso, non dire che si tratta di una vergogna? Madre Teresa sapeva usare parole severe per difendere il diritto dei nascituri. Al Congresso degli Stati Uniti pronunciò queste parole:
“Ogni nazione che accetta l’aborto non sta insegnando al proprio popolo ad amare, bensì a usare la violenza per raggiungere ciò che vuole” (3 febbraio 1994).
Non si tratta di alzare la voce per vincere la prepotenza di una cultura che tende a silenziare le voci del dissenso; non è necessario proporre una pubblicità che sfida le regole del politicamente corretto, basterebbe dire con semplicità e pacatezza le parole che un mio caro amico consegnava ai volontari della vita:
“Non fare ad un bambino in grembo
ciò che non faresti ad un bambino in culla”
(don Franco Fedullo).
Il Messaggio elenca doverosamente tutte le minacce che coinvolgono i bambini: i bambini “vittime collaterali” delle guerre, i bambini-soldato, i bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali, i bambini rapiti… una lista lunga e purtroppo incompleta. I Vescovi, tuttavia, dimenticano di dire che tutti quei drammi sono condannati e tutti coloro che li compiono sono penalmente perseguibili. Tutti ad accezione dell’aborto.
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Non evidenziare questa disparità significa ancora una volta nascondere o minimizzare il problema. La Chiesa ha il dovere di ricordare – oportune et inportune, per dirla con san Paolo (2Tm 4,2) – che l’aborto non è una conquista ma un fallimento sociale, non è una vittoria delle donne ma una sconfitta della solidarietà. Quando la vita umana viene soppressa, nessuno può cantare vittoria, a meno di non essere complici e/o sostenitori del male.
Lo so, un Messaggio non può dire tutto ma qui manca proprio l’essenziale. Manca il motivo che nel 1978, all’indomani della legalizzazione dell’aborto, ha suggerito alla Chiesa italiana di istituire la Giornata per la Vita. Non basta parlare genericamente della vita umana e/o della necessità di tutelare la vita dei bambini, si tratta di denunciare quella che Giovanni Paolo II chiama “anti-life mentality” e di annunciare e motivare le ragioni che ci obbligano a custodire la vita fin dal concepimento. La Giornata è nata per questo! Tutte le altre cose rischiano di essere una piacevole distrazione di massa.
Qualcun altro potrebbe obiettare che questo è un tema divisivo ed è meglio evitare contrapposizioni culturali. Sono gli stessi però che quando si tratta di altri temi sociali, più vicini alla loro sensibilità, non temono di intervenire con tempestività e chiarezza per richiamare i principi fondamentali della convivenza. In realtà, Benedetto XVI ci ha insegnato che “difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono forme esigenti e insostituibili di carità” (Caritas in veritate, 1). Rinunciare a proclamare la verità significa nascondere la luce. Come mettere la lampada sotto il moggio. Un vero peccato di omissione.
La verità non offende nessuno, come testimonia la fermezza con la quale Leone XIV a più riprese richiama il valore della vita nascente. Nel recente Discorso al Corpo Diplomatico (9 gennaio 2026), dopo aver richiamato il valore della vita e il ruolo della famiglia, il Santo Padre afferma che “si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo”. La sua denuncia non resta nel vago, precisa infatti: “Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita”. Come se non bastasse, aggiunge che la Santa Sede
“ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita”.
Parole chiare consegnate ai rappresentanti di Paesi che, nella gran parte dei casi, hanno accolto l’aborto nella loro legislazione. Il Papa non teme di essere divisivo. Anzi, consegna parole di fuoco anche ad un gruppo internazionale di giovani impegnati in politica, radunati a Roma dal Movimento politico per l’unità:
“non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi. Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava a riguardo che «il più grande distruttore della pace è l’aborto» (cfr Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale” (31 gennaio 2026).
Annunciare che la dignità della vita inizia dal concepimento significa custodire il mistero che avvolge la persona. Un impegno non solo prioritario ma assolutamente decisivo per chi riconosce che ogni uomo è un raggio della luce divina.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).


3 risposte su “Aborto. Parole chiare, c’è in gioco la vita”
Grazie don Silvio. Molto bello e chiaro. Però, mi permetta questo avverbio, anche i sacerdoti parlano poco o niente di questi argomenti con i gruppi dei giovani, nelle catechesi, nelle omelie, nei documenti pastorali, negli incontri con i nubendi, forse anche negli incontri fra loro presbiteri. Il Papa si schiera ed è divisivo…..ma aiuta a riflettere. Meglio essere contrastati che irrilevanti, diceva il cardinal Ruini.
L’aborto è un diritto delle donne, faticosamente conquistato, e io sono favorevole soprattutto in caso di stupro, grave malformazione o patologia del feto e rischio di morte per la madre. Solo la donna ha il diritto di decidere se portare avanti o interrompere una gravidanza: del suo corpo e di ciò che contiene solo lei è padrona.
A noi piace definire la donna “custode del suo corpo”, non padrona del su corpo; tempio della vita, non padrona della vita. Già dal linguaggio si capice che la veduta è differente e che si tratta di un’antropologia radicalmente diversa. Ringraziamo per averci condiviso il suo pensiero, ma possiamo garantirle che nella prospettiva che offriamo su questo Magazine tante donne si ritrovano, percepiscono serenità e libertà. Tante scoprono che c’è una bellezza più autentica nella logica del dono di sè, più che nella logica del dominio. Personalmente, non considero una forma di progresso trattare il corpo, mio e di un possibile nascituro, come una “proprietà”. Il corpo è dono, il corpo è luogo di accoglienza. E parlo da donna… che si sente molto libera.