2 Febbraio 2026

Don Alberto e la luce della vocazione che non deve essere spenta

Oggi la liturgia ci consegna una luce. Una luce discreta, non abbagliante, che passa attraverso gesti ordinari: un bambino portato al Tempio, due genitori che obbediscono a una Legge più grande di loro, due anziani che sanno attendere. La Presentazione del Signore è la scena della fedeltà. Nessun applauso, nessuna folla. Solo un gesto antico, silenzioso. Presentare significa consegnare. Significa dire: non mi appartieni, sei dato per altri. È così che comincia ogni vocazione vera. Sacerdotale e coniugale. Diverse nella forma, identiche nella sostanza: poste – come ricorda il Catechismo – a servizio della salvezza altrui.

Ed è qui che le domande diventano inevitabili. Quando una vocazione smette di essere per gli altri e diventa per sé, che cosa resta? Quando ciò che è stato promesso come dono diventa un progetto personale, una narrazione di sé, una via per “stare bene”, chi paga il prezzo? E soprattutto: siamo consapevoli che ostruire una via di salvezza non è neutro, non è indolore, non è mai solo privato?

La notizia dell’uscita di don Alberto Ravagnani dal sacerdozio è una ferita che chiede di essere guardata senza fretta e senza cinismo. Non dobbiamo giudicare una persona – il cuore di un uomo resta terra sacra – ma per interrogare una Chiesa intera. Le vocazioni non nascono nel vuoto e non crollano nel silenzio. Crescono, si deformano o si spezzano dentro relazioni, linguaggi, sguardi che le sostengono o le tradiscono.

La sua storia, come credo quella di ciascuno di noi, ci ricorda che la fedeltà non coincide con la perfezione. Non ci è mai stato chiesto di essere senza peccato. Ma ci è stato chiesto di restare. Di non riscrivere la promessa quando pesa. Di non scendere dalla croce quando l’amore smette di essere gratificante. È qui la differenza decisiva. «Se sei Figlio di Dio, scendi dalla croce». Cristo non è sceso perché non voleva smettere di amare. In quel momento non doveva dimostrare di essere il Figlio. Era diventato lo Sposo. E lo sposo non scende dalla croce per dimostrare che “ce la fa anche senza”. Resta. Perché quello è l’unico luogo in cui l’amore è totale. Ed è lì, paradossalmente, che l’amore è felice.

Il problema non sono le fragilità, le cadute, le notti buie. Il problema è quando iniziamo a raccontare che la croce è un errore di percorso, che la fedeltà è un’opzione, che la vocazione è autentica solo se coincide con il benessere emotivo o con il successo comunicativo. Ma una vocazione non è vera perché fa stare bene. È vera perché fa vivere altri. Chi riparerà lo smarrimento dei giovani che hanno ascoltato parole leggere su scelte definitive? Chi li aiuterà a capire che non è la libertà a essere stata ritrovata, ma una promessa a essere stata interrotta? Chi avrà il coraggio di dire che non tutto ciò che è seguito è fecondo, e non tutto ciò che funziona salva?

La vocazione sacerdotale e quella coniugale hanno la stessa dignità e lo stesso rischio: diventare opache se smettono di essere eucaristiche, cioè offerte. Quando non generano più vita, quando non conducono più a Dio, quando non custodiscono chi è affidato, allora non sono semplicemente “in crisi”. Stanno tradendo la loro forma. Siamo tutti vasi di creta. Tutti. Ma il tesoro non è negoziabile. E se è vero che nessuno è chiamato a essere impeccabile, è altrettanto vero che tutti siamo chiamati a essere fedeli. Perché della vita affidata, della salvezza intravista, del dolore accompagnato o abbandonato, dovremo rendere conto.

Custodire le vocazioni non significa idealizzarle. Significa amarle abbastanza da proteggerle. Anche fermando. Anche correggendo. Anche rinunciando al consenso. Perché una luce non si spegne sempre di colpo. A volte si consuma lentamente, mentre tutti applaudono. E noi, oggi, non possiamo permetterci di applaudire mentre l’Amore viene lasciato solo sulla croce.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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