5 Febbraio 2026
Un’altra lettera ma la stessa domanda: con chi viviamo la vocazione?
Un’altra notizia. Un’altra lettera. Un altro sacerdote che chiede di lasciare il ministero. «Non posso rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia». Così don Giovanni Gatto, ordinato nel 2005, per anni parroco a L’Aquila, affida a una lettera indirizzata a papa Leone XIV la conclusione di un lungo travaglio interiore. La cronaca, come spesso accade, si muove rapida. Un titolo chiama l’altro, un caso diventa paradigma, e l’“effetto domino” è servito. Ma fermarsi alla sequenza dei fatti rischia di farci perdere ciò che davvero interroga. Perché il punto non è la caduta del singolo, né una contabilità delle defezioni, bensì la domanda più scomoda che queste storie portano con sé: che cosa facciamo della solitudine dei sacerdoti?
Credo che si debba innanzitutto dire che ogni vocazione conosce la solitudine. Anche quella coniugale. Nessun “altro” può essere il tutto, nessuna relazione umana è chiamata a colmare ogni desiderio. Benedetto XVI lo ricordava con chiarezza: l’uomo resta sempre, in qualche misura, solo davanti a Dio. Pretendere che il coniuge, l’amico, il fratello siano il compimento totale della propria vita è un errore che genera dipendenza e, prima o poi, delusione. Una certa solitudine è costitutiva, persino necessaria. Ma c’è un’altra solitudine, più ruvida, che non può essere spiritualizzata con facilità. Non basta dire – pur dicendo il vero – che Dio è tutto. Perché quella che è una certezza teologica rischia di infrangersi contro la vita ordinaria, contro quel “terribile quotidiano” di cui parlava Pavese: i giorni che si assomigliano, le sere senza parola, le fatiche che non trovano ascolto. Papa Francesco lo ripeteva spesso: il prete non è un angelo, ma un uomo reale, con una storia, un corpo, una memoria.
Ed è qui che la cronaca smette di essere cronaca e diventa appello. Forse la domanda giusta non è se il celibato sia troppo, o se la scelta di don Giovanni o di don Alberto fosse inevitabile. La domanda è piuttosto con chi si vive la vocazione. Perché nessuna chiamata è pensata per essere sostenuta in isolamento. La tradizione cristiana ha un nome antico e dimenticato per questa risposta: amicizia. Un’amicizia ecclesiale, concreta, stabile, capace di attraversare le stagioni della vita. Papa Francesco metteva in guardia da un clero senza legami, perché l’isolamento è terreno fragile per chiunque.
Bisogna ripartire da qui. Ripensare forse anche il modo in cui i preti vivono. Appartenere ad una piccola comunità con altri presbiteri o, perché no, con sposi adulti nella fede, custodisce la vocazione. Si può pregare insieme, condividere i pasti, pur nel rispetto delle proprie “esigenze” che derivano dallo stato vocazionale. Nel carisma della Fraternità di Emmaus, il movimento cui appartengo, questa intuizione prende il nome di reciprocità vocazionale: vocazioni diverse che non si osservano da lontano, ma si sostengono dall’interno. Il presbitero e il laico, il consacrato e lo sposo, non come mondi separati ma come compagni di cammino. Come i discepoli di Emmaus: non salvati individualmente, ma mentre camminano insieme, raccontandosi la delusione, finché il cuore torna ad ardere.
In questo modo la solitudine smette di essere una condanna e torna a essere ciò che può diventare: uno spazio abitato. Non riempito, non negato, ma condiviso. Perché – come scriveva san Giovanni Paolo II – “l’uomo non può vivere senza amore”, e questo vale anche per chi ha scelto di amare in modo indiviso il Regno. Senza amicizie spirituali, senza una reciprocità concreta, la vocazione rischia di diventare un peso insostenibile; con esse, può restare una promessa possibile. Questa è la domanda più urgente che questi casi di cronaca ci consegnano, se abbiamo il coraggio di ascoltarla: non chi ha fallito, ma come stiamo camminando insieme nella santità.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




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