CORRISPONDENZA FAMILIARE
Viene il tempo della malattia. Come accompagnare i genitori anziani
9 Febbraio 2026
La Chiesa celebra la Giornata del malato l’11 febbraio. È importante sottolineare il singolare: il malato, non i malati. Ogni persona nella sua concretezza. Non basta pensare a quanti vivono il tempo della sofferenza, non basta pregare per loro e per gli operatori sanitari, occorre imparare a riconoscere e accogliere ciascun malato non come un corpo fragile e bisognoso di cure come una persona da accogliere e accompagnare.
Il malato è come una barca in balia delle onde, non ha più certezze e ha bisogno di sentirsi amato. A volte, amato come un bambino. La malattia può diventare un muro che sbarra la strada ma può anche essere una luce che dona di rileggere i giorni della vita e di riconciliarsi con sé stessi e con gli altri. Sì, affermare che anche la malattia è una grazia non è una bestemmia ma un annuncio che, oggi più che mai, dobbiamo far risuonare.
Nel tempo della malattia la sofferenza non riguarda solo la persona ammalata ma coinvolge anche coloro che l’accompagnano. Oggi condivido con voi un breve scambio epistolare, confidenze che lasciano intravedere come la fede illumina ma non toglie la fatica del cuore.
Carissimo don Silvio,
volevo ringraziarti per l’attenzione che hai avuto nei confronti di mia madre e di conseguenza per me. “Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio per cambiare quelle che posso e la saggezza per riconoscerne la differenza”. Questa preghiera che tu hai citato più volte mi è rimasta impressa nella mente fin dalla prima volta. Oggi la porto impressa nel cuore e nella carne e mi ritrovo spesso a invocare lo Spirito di Saggezza e Sapienza nelle diverse e tante prove che la vita ci offre. E tu conosci quante volte le prove sono state davvero “pesanti” e “pericolose”.
Scopri: Il mistero della sofferenza
Ma sempre mi consola rileggere tra le pieghe delle pagine, a volte stropicciate, la grandezza della Provvidenza di Dio, del suo amore, della sua tenera consolazione. Anche questa volta è così. La tensione emotiva di questi giorni legata alla preoccupazione dell’esito dell’operazione di mamma, dall’essermi imposta per farla per il suo bene, sta lasciando un po’ alla volta posto ad una dolce serenità. Mamma è tranquilla, e questo è il dono più grande per me. Questa sera abbiamo cenato insieme, ci siamo dette poche cose, il silenzio parlava di amore. Abbiamo visto un film insieme e fatto qualche videochiamata ai miei fratelli e a casa con Massimo e i ragazzi per farci due risate.
Cose semplici, ma che sanno di eterno.
Questa sera pensavo che spesso ci ritroviamo a correre dietro le mille responsabilità familiari, e quattro figli in casa da seguire con attenzione sono una gioiosa, grande fatica; dietro le responsabilità lavorative, e vivere il lavoro come strumento di santificazione propria e di chi ci è affidato richiede grande attenzione ed energia; dietro le responsabilità del dono del ministero che il Signore ci affida nella Chiesa che ci chiede di esercitare ogni volta la fatica del discernimento e del dono di sé. Ma poi, questi momenti mi insegnano che i momenti più fecondi sono quelli della pausa, del cammino lento, del silenzio.
Fecondo è il tempo in cui come sposi ci fermiamo per pregare insieme e per dialogare; fecondo è il tempo della tenerezza e dello scherzo con i ragazzi, del sorriso strappato quando non ne hai voglia, delle confidenze sussurrate; fecondo è il tempo in cui ci fermiamo e ci apriamo all’ascolto di chi condivide con noi le giornate lavorative; fecondo è il tempo dell’adorazione silenziosa che sostiene il passo e ci permette di riprendere “la corsa”. Fecondo è ora questo tempo semplice che vorrei rallentare con mamma.
Ora lei riposa ed io mi rendo conto che posso solo affidarla alla Madonna, lei la Madre di tutte le madri le saprà donare ciò di cui ha veramente bisogno.
Grazie ancora. Ti abbraccio.
Lidia
Cara Lidia,
la tua lettera è carica di sapienza, quella che viene dallo Spirito, quella che dobbiamo sempre coltivare, quella che dovrebbe orientare le scelte nelle diverse circostanze della vita familiare ed ecclesiale… quella che spesso manca perché corriamo dietro le mille urgenze e responsabilità della vita. E sembra che non possiamo fare a meno di rispondere a tutto e a tutti… e poi, viene il tempo della malattia che ci costringe a fermarci, a ripensare il valore delle cose e a misurare il senso della vita.
La tua lettera mi fa pensare alla mia mamma. Tanti anni sono passati ma il ricordo è indelebile. Un figlio appartiene per sempre alla mamma (ho letto da qualche parte che alcune cellule fetali restano per sempre nel sangue della madre) e una mamma appartiene per sempre al figlio perché niente e nessuno potrà mai scalzare dal cuore il volto e l’affetto di chi lo ha generato.
Vivere il quotidiano sotto lo sguardo di Dio, saper gioire delle piccole cose che la vita riserva è la sfida della fede. Se Dio si è fatto carne in un momento preciso della storia, ha riempito ogni istante della sua presenza. Sta a noi vivere l’istante nella luce dell’eterno. È questa l’occupazione e la preoccupazione che accompagna la nostra vita. Non si tratta di rinunciare agli impegni ma di viverli con la consapevolezza che appartengono a Dio e con l’impegno a viverli a partire da Lui e con il desiderio di far piacere a Lui, come direbbe Teresa.
Non sempre ci riusciamo. Per questo, nel cammino della vita il buon Dio ha posto alcuni eventi che ci riconducono all’essenziale, come quello che tu hai descritto così bene: una cena, senza troppe parole ma rivestite di amore; una videochiamata per sorridere insieme… la vita semplice degli affetti, quelli che danno valore alla vita, quelli che ci fanno pensare che la vita ha una sua intrinseca bellezza che non dipende dal successo o da altri obiettivi. La vita è bella in sé stessa perché è rivestita di amore.
Inizia per te un tempo particolare, un tempo in cui inevitabilmente riavvolgi il nastro della vita e ripensi a tanti momenti vissuti, dalla prima infanzia fino alla vita adulta. Ma anche un tempo in cui il futuro si tinge di eternità. La voce degli affetti richiama il passato e mette nel cuore il timore della morte. La fede ti chiede di assaporare l’eterno nascosto in questo frammento apparentemente così fragile. La malattia, gli anni che pesano… ma tu vedi l’eterno, la mano di Dio che accompagna e orienta i passi. Gli affetti e la fede si mescolano nel tuo cuore. Sta a te tenerli insieme come compagni che non si possono separare.
Ti accompagno con affetto e chiedo al Signore di darti tanta forza per rendere fecondo questo tempo e per testimoniare ancora una volta che la fede intreccia la voce degli affetti con la certezza che tutto si compie nella beata eternità. È questa la mia preghiera per te e per la tua cara mamma.
Uniti in Gesù, buon Pastore.
Don Silvio
Scopri: Il mistero della sofferenza
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Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).


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