Domenica 8 febbraio, su YouTube, don Alberto Ravagnani – lo chiamo così perché resterà prete per sempre, e lo dico senza ambiguità: i sacramenti non si cancellano con uno schiocco di dita, sono indelebili – ha pubblicato un video di sette minuti in cui spiega le ragioni della sua scelta. Dopo averlo ascoltato con attenzione, posso dirlo senza esitazioni: finalmente ho capito. E ho capito anche dove, a mio avviso, il demonio ha agito. Non sul celibato. Non sulla sua presenza sui social. Ma sulla Messa.
Don Alberto dice queste testuali parole: «Mi sentivo a disagio a celebrare la Messa, perché dovevo gestire un rito che ormai vedevo non parlare più alle persone. E dovevo pronunciare delle parole che persino io trovavo incomprensibili e, francamente, a volte anche discutibili». È qui il punto nevralgico. Il problema non è un rito che “non parla più alle persone”. La Messa non si misura sulla base della sua efficacia comunicativa, né sulla capacità umana di coinvolgere, emozionare o rendere tutto immediatamente comprensibile. Se così fosse, dovremmo chiederci che senso abbiano le Messe celebrate in solitudine, nei monasteri di clausura, negli eremi, o da un sacerdote che ogni mattina offre l’Eucaristia senza alcun pubblico, se non Dio.
La Messa non è un linguaggio che deve funzionare, né un messaggio che deve arrivare. È un’azione di Cristo. Parla prima di tutto al Padre, non all’assemblea. E proprio per questo può parlare anche all’uomo, ma solo se l’uomo accetta di non esserne la misura. Il mistero non è uno show. Non è pensato per trattenere, convincere o sedurre. È pensato per salvare. E spesso salva proprio nel silenzio, nell’opacità, nell’apparente inutilità di un gesto che non produce effetti immediatamente visibili. Di conseguenza, il sacerdozio cattolico non è, prima di tutto, una funzione sociale, una presenza comunicativa, una leadership spirituale. Il sacerdozio è essenzialmente eucaristico. Il prete esiste per l’altare. Tutto il resto viene dopo.
Padre Pio, che certo non era sospettabile di ritualismo vuoto, arrivava a dire che il mondo potrebbe sopravvivere più facilmente senza il sole che senza la Messa. Parole estreme, scandalose per una mentalità moderna, eppure rivelatrici: l’Eucaristia non è un linguaggio da adattare, ma un mistero da adorare. Non è qualcosa che deve “funzionare”, ma qualcosa davanti a cui inginocchiarsi. Quando un sacerdote non riesce più a stare davanti al mistero senza volerlo giustificare, spiegare, rendere accettabile, allora la frattura è già avvenuta. Non perché sia cattivo ma perché ha perso – o sta perdendo – la percezione che lì non c’è qualcosa da capire fino in fondo, ma Qualcuno da ricevere.
Vado a Messa ogni giorno e so che ogni giorno metto a rischio la mia vita e la mia vocazione. Perché stare davanti all’Eucaristia significa lasciare che Dio ti smonti, ti contraddica, ti tolga appigli. Non è un’esperienza rassicurante. È un combattimento che vivo in comunione con Gesù. In un bellissimo cortometraggio realizzato dalla RAI, si vede Paolo VI dialogare con un prete in crisi che si lamenta di voler “riavere la sua libertà”. Il Santo Padre risponde con una lucidità disarmante: «La dispensa l’avrai, la libertà l’hai sempre avuta». Sempre avuta. Perché la vera libertà non è scegliere se restare o andarsene, ma scegliere chi amare. E la libertà cristiana, quella radicale, è questa: amare Dio al di sopra di se stessi. Anche quando non capisci tutto. Anche quando il rito ti supera. Anche quando il mistero ti mette a disagio. È lì che si gioca tutto. È lì che il demonio tenta, perché è lì che Cristo si dona senza condizioni. Ed è lì che ci chiede di restare, possibilmente in ginocchio. Liberamente amando.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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2 risposte su “Finalmente ho capito la scelta di don Alberto e la condivido”
Don Alberto, che rimane sempre “don” come lo sposato col sacramento rimane sempre sposato, parlava troppo, troppo. Penso che si sia come “incartato” da solo perchè pensava che le parole, che lui usava come toccasana, anche quella della Messa, dovessero fare come le sue e come le diceva lui. Tra le altre cose era come “osannato” dai giovani e questo non è stato utile. E’ molto giovane (ancora un ragazzo come si dice dalle mie parti) e penso possa ancora tornare indietro.
Ognuno ha il diritto di decidere della sua vita come gli pare e non deve dare spiegazioni a nessuno. Questo giovane sacerdote ha deciso di lasciare una condizione di vita che non gli andava più bene: perfetto, è giusto così, è stato onesto con sé stesso e con gli altri. Gli auguro ogni bene per il suo futuro. L’onestà è una dote rara e la ricerca della felicità è diritto di ogni uomo.