Festeggiano il matrimonio nel salone parrocchiale: storia di due sposi missionari

Una famiglia del Nord Italia – due sposi con tre figli – ci offre una testimonianza preziosa proprio mentre ci prepariamo a celebrare la festa di San Valentino. Vorremmo liberare questa ricorrenza dai tanti apparati che spesso la appesantiscono, per tornare al cuore dell’amore: semplice, essenziale, autentico. Quest’anno, per San Valentino, regalatevi il lusso della semplicità.

La famiglia missionaria di cui parliamo oggi è cresciuta tra campi, escursioni in montagna, canti accompagnati dalla chitarra, preghiere spontanee in mezzo al verde o in chiese piene di giovani. Quel bene profondo, fatto di relazioni e autenticità, nessun ornamento materiale potrebbe mai sostituirlo. E così anche con il matrimonio hanno voluto mettere al centro ciò che per loro contava di più: le persone e l’incontro con Dio.

Hanno curato con amore la liturgia, desiderosi che la celebrazione fosse un vero incontro nuziale tra loro e Cristo, Sposo per eccellenza. La festa, poi, si è svolta nel salone di un oratorio. Ognuno ha portato del cibo da condividere, come erano soliti fare nelle loro riunioni comunitarie. Nessuno è tornato a casa con la fame; il divertimento, la musica, i canti e gli scherzi non sono mancati.

È stata una festa sobria economicamente, sobria nella forma e nell’estetica, ma tutt’altro che spenta. Il salone era decorato, in ordine, pulito. Non si trattava di rinunciare alla bellezza, ma di viverla senza che il “di più” prendesse il posto dell’essenziale. E, soprattutto, di celebrare un matrimonio che rappresentasse davvero la loro coppia.

Ogni banchetto nuziale, ogni celebrazione di matrimonio, rispecchia inevitabilmente gli sposi. C’è chi cura con attenzione alcuni dettagli e chi ne valorizza altri. Tuttavia, esiste una differenza fondamentale tra celebrare l’essenziale – la gioia di un amore vero – e ostentare il superfluo, perché, forse, in fondo, il cuore è inquieto e ancora in cerca di qualcosa che dia senso alla vita.

Ricordo uno studio ascoltato distrattamente alla radio: sosteneva che i matrimoni più duraturi erano quelli festeggiati con maggiore sobrietà. Più la festa era sfarzosa, più cresceva il tasso di divorzio. Forse chi sceglie la semplicità è qualcuno che ha trovato una serenità interiore, chi non ha bisogno di apparire o di colmare vuoti con l’eccesso materiale. 

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Il mondo dello spettacolo ci presenta spose che hanno indossato abiti da 100.000 euro nel giorno del matrimonio, per poi separarsi pochi anni dopo; o coppie che si sono scambiate regali dal valore di centinaia di migliaia di euro, eppure hanno visto la loro relazione naufragare. Non siamo qui a giudicare nessuno, ma le statistiche sembrano suggerire che più si investe nell’apparenza, più si sta trascurando ciò che davvero conta.

L’amore, d’altronde, non ha bisogno di palcoscenici: chiede presenza, verità, condivisione. E questo, in fondo, è ciò che tutti, consapevoli o no, cerchiamo.

Naturalmente, ognuno è libero di scegliere come vivere il matrimonio: al ristorante, con molti invitati, con un servizio impeccabile. Non è questo il punto.

Il punto è rimanere centrati sulla relazione, non sul contorno; essere liberi nelle scelte, e non vincolati da aspettative sociali. Il cuore del matrimonio sono gli sposi e, nella celebrazione cristiana, il focus è l’amore di Dio, che sigilla e custodisce un patto dal riverbero eterno, mandando la nuova famiglia in missione nel mondo.

Attenzione, allora, a ciò che assorbe le nostre energie. 

Attenzione a dove investiamo le nostre cure.

L’amore non ha bisogno di sovrastrutture. Anzi, le rifugge. San Francesco chiamava la “semplicità” sua sorella. Se non ci basta, forse il nostro cuore ci sta dicendo che ha sete.

Per questo San Valentino, regaliamoci un bagno di verità sulla nostra relazione, concediamoci il lusso di andare a fondo nella nostra relazione, di vederci per quello che siamo e di fare scelte autentiche. Diamo attenzioni all’altro, chiediamogli di essere visti nella nostra intimità più profonda. Parliamo di tutto, ridiamo insieme, condividiamo anche le paure più recondite e i sogni più alti. Allora, solo allora, potremo dire di non esserci persi la parte migliore.




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