16 Febbraio 2026
“Fratelli, sorelle e madri d’oro: l’Olimpiade delle famiglie che restituisce allo sport la sua anima”
Mi piace molto quello che le Olimpiadi stanno raccontando in questi giorni. Un mosaico di legami che restituisce allo sport la sua dimensione più autentica. Sulle nevi di Livigno arrivano Flora e Miro Tabanelli, cresciuti al Corno alle Scale, sull’Appennino emiliano. Lei, diciotto anni appena, già prima italiana capace di vincere la Coppa del Mondo generale di freestyle e quella di Big Air; lui, fratello maggiore, guida e ispirazione, argento nel Big Air a Pechino nel 2024. Gareggeranno insieme, Slopestyle e Big Air, condividendo la stessa rincorsa, gli stessi sogni. È la forza di una famiglia che diventa motore sportivo, di un talento che germoglia lontano dai riflettori, sulle montagne di casa.
Dalla Val Gardena arrivano invece le sorelle Delago. Nicol ha aperto il 2026 con la sua prima vittoria in Coppa del Mondo a Tarvisio; Nadia è già medaglia olimpica, bronzo a Pechino 2022. Si ritroveranno fianco a fianco sulla Olimpia delle Tofane a Cortina. In discesa libera si è soli contro il cronometro, ma alle spalle c’è sempre qualcuno che ha condiviso ogni curva, ogni infortunio, ogni risalita. Poi ci sono i fratelli Chanloung: nati e cresciuti a Gressoney, valdostani fino al midollo, ma in gara per la Thailandia, il Paese del padre. Si allenano sulle Alpi italiane, parlano la lingua delle loro montagne, eppure sfilano con un’altra bandiera. Lo sport, qui, è ponte, è appartenenza plurale, è veramente quell’aggettivo che oggi viene utilizzato a go go: inclusivo.
E ancora la storia dei gemelli giamaicani Rivers. Henniyah, Henri IV ed Helaina: tre ragazzi del 2007 con un sogno comune, qualificarsi insieme per rappresentare la Giamaica nello sci alpino. Ce l’ha fatta solo Henri IV, che gareggia nello slalom a Bormio. Le sorelle saranno lì, sugli spalti, a sostenerlo. Anche questa è Olimpiade: non solo chi scende in pista, ma chi resta un passo indietro senza smettere di crederci.
E poi c’è l’abbraccio che ha già fatto il giro del mondo: quello di Francesca Lollobrigida con il piccolo Tommaso, subito dopo l’oro. Una corsa fuori protocollo, meravigliosa, per stringere il figlio che è stato parte invisibile di ogni allenamento, di ogni sacrificio. Ha raccontato le difficoltà di allenarsi da madre, la mancanza di strutture adeguate, i virus, la stanchezza. E in quell’abbraccio si è sciolto tutto. Migliaia di messaggi, soprattutto di donne, di madri o aspiranti tali: «Grazie, ora so che non devo più avere paura». Lo sport che esalta la maternità e la indica come un valore aggiunto.
È questo il volto che le Olimpiadi stanno mostrando: uno sport che educa, che unisce, che restituisce senso al merito e alla fatica. Uno sport in cui il successo non cancella l’umanità, ma la amplifica. E intanto, a pochi chilometri emotivi di distanza, il calcio continua troppo spesso a offrire un’altra narrazione. Basti pensare al clima che ha accompagnato una sfida come Inter-Juventus: polemiche, tensioni, simulazioni, proteste infinite. Calciatori iper pagati, trasformati in simboli di un sistema che macina miliardi e consuma identità. Atleti che talvolta sembrano marionette di logiche economiche e mediatiche, più che protagonisti consapevoli di un gesto sportivo. Non è il calcio in sé a essere il problema: è ciò che ne è diventato in certe sue espressioni. Quando il risultato divora il rispetto, quando il business oscura l’esempio, il messaggio che passa è l’opposto di quello olimpico. Non più famiglia, ma brand. Non più comunità, ma contrapposizione.
Le storie di Milano Cortina ci ricordano che lo sport può e deve essere altro. Può essere fratelli che si allenano sulla stessa neve, sorelle che condividono la stessa pista, genitori che trasmettono doppie appartenenze, madri che non rinunciano né ai figli né ai sogni. Le Olimpiadi stanno raccontando che lo sport è ancora uno dei pochi linguaggi capaci di parlare a tutti. Di dire che la competizione non esclude la solidarietà, che il talento non elimina la fragilità, che la vittoria è più bella quando è condivisa. Forse è da qui che bisognerebbe ripartire. Anche per il calcio.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia
Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




ULTIMI COMMENTI
Oggi, 8 marzo, festa della Donna. Auguri a tutte le donne del Mondo! Dal 1946 quando hanno avuto la possibilità…
*avendolo vissuto *al contempo anche *tocca con mano
Grazie della condivisione, in Punto Famiglia abbiamo a cuore proprio la concretezza di cui parla. Può trovare, sul nostro Magazine,…