Togli la maschera e sii te stesso: la riflessione di una diciassettenne
Oggi è Martedì Grasso, si festeggia il Carnevale, il regno delle maschere. In questo giorno scegliamo chi essere, solo per un po’, solo per gioco: le opzioni sono innumerevoli e ogni anno si trova una maschera più originale e iconica. I carri sfilano e… pensiamoci bene: spesso, se la maschera è ben riuscita, non sappiamo più chi c’è sotto. Attenzione, però, che non ci capiti questo anche nella vita…vera.
Può succedere che, per piacere agli altri, per omologarci o per paura di mostrare i nostri sentimenti, finiamo per apparire qualcosa anziché essere qualcuno.
Oggi vi offro la riflessione di una ragazza di diciassette anni. Si trova in quell’età in cui, per piacere agli altri, per sentirsi sicuri e affermati, si è disposti a rinunciare a sé stessi per diventare la fotocopia di qualcun altro.
San Carlo Acutis diceva che tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie. Questa giovane esprime lo stesso concetto con parole diverse. Invita a non cadere nel tranello delle maschere: meglio essere emarginati, ma restare fedeli a sé stessi, piuttosto che essere accettati per qualcosa che non siamo.
Ecco la riflessione di questa giovanissima, appassionata di arte, musica, lettura, danza e teatro.
Spesso condivide con me dei testi, dei pensieri. E ogni volta penso che noi adulti, spesso, perdiamo la capacità di interrogarci sulla realtà in modo profondo, ci “arrendiamo al mondo”.ci abbandoniamo alla corrente. I ragazzi, invece, chiedono ancora al mondo autenticità; guardano noi adulti e cercano di capire se siamo all’altezza dei loro pensieri più grandi. Condivido questo testo per dire ad Anna che accolgo la sua provocazione e la ringrazio.
Ha ragione; ognuno dovrebbe ascoltarsi veramente e restare sé stesso, di fronte al mondo… E non poteva dirlo con parole migliori.
Anna scrive:
La vita è un po’ come l’improvvisazione, accadono cose che non ti aspetti, le aspettative cadono e tu rimani spaesato. Come nell’improvvisazione, non hai uno spartito o una coreografia a cui aggrapparti: ascolti, reagisci, fai spazio. Quando le aspettative cadono, resta un silenzio strano, quasi scomodo, ma è lì che impari a sentire davvero dove sei.
Lo spaesamento non è un errore di percorso, è il punto in cui smetti di controllare e inizi ad abitare il momento. A volte inciampi, a volte trovi una nota o un movimento che non avresti mai cercato. E magari non è quella che volevi, ma è quella che ti serviva.
Forse vivere è proprio questo: accettare di non sapere la battuta e il passo dopo, e avere comunque il coraggio di restare in scena.
Restare in scena…
Dunque, perché le persone certe volte scelgono di non essere più in scena?
Perché restare in scena costa. Costa attenzione, vulnerabilità, presenza. E non sempre si ha l’energia o il senso per farlo.
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A volte le persone escono di scena perché il palco è diventato troppo esposto: hanno dato molto, si sono mostrate, e non si sono sentite viste o accolte. Altre volte perché restare significherebbe cambiare ruolo, ammettere di non sapere più chi si è. E questo fa paura.
C’è anche chi si ritira non per codardia, ma per sopravvivenza: quando stare lì significa continuare a farsi male, l’uscita diventa una forma di cura. Non è un rifiuto della vita, ma una pausa dal rumore.
E poi c’è un motivo più silenzioso: alcune persone spariscono perché pensano di disturbare, di non avere più una parte utile, di essere fuori tempo. Come se l’improvvisazione avesse smesso di aver bisogno di loro, cosa che quasi mai è vera.
Uscire di scena, quindi, non è sempre rinuncia. A volte è stanchezza, a volte protezione, a volte una domanda non ancora detta: posso tornare, se non so più come essere?
Ed è qua il punto. Poiché la maggior parte di noi usa maschere su maschere per farsi piacere, per sentirsi accettati, parte del gruppo.
Molti indossano maschere perché il gruppo promette sicurezza: se somiglio a te, non mi lascerai fuori. Le maschere diventano una lingua comune, un lasciapassare. Ma hanno un prezzo: ti tengono in scena, sì, ma in una parte che non è tua.
Cerco di dire qualcosa di diverso, e raro: che si può restare vivi anche senza quel patto. Che l’identità non nasce dall’essere riconosciuti da un coro, ma dal continuare a sentire, pensare, esistere anche nel margine. È una posizione solitaria, certo. Non romantica. Spesso faticosa. Ma reale.
Non significa non avere volto. A volte significa averne uno solo, senza strati di protezione. E questo può far sentire più esposti, ma anche meno frammentati.
Forse il punto non è se le maschere esistano, esistono, per tutti, ma chi decide quando toglierle.
Quindi dico che posso stare qui senza recitare. E questo, in un mondo che premia l’adattamento continuo, è già una forma di presenza radicale.
La vita è la tua, non degli altri. Prenditene cura. Basta farsi condizionare dai pensieri altrui.
Impara ad accettarti per quello che sei, e amati per quello che vali. Smetti di punirti e vivi più che puoi, sogna più che puoi, ama più che puoi. È un atto di responsabilità verso sé stessi, complesso ma non complicato. Quello che scrivo non è solo un pensiero: è una scelta.
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