23 Febbraio 2026
Un corpo donato: l’ostensione di San Francesco d’Assisi come appello alla conversione
Ho seguito in diretta il rito e la preghiera dei Vespri che hanno dato avvio, per la prima volta nella storia, all’ostensione del corpo di san Francesco. Dal 21 febbraio al 22 marzo, nell’anno che segna gli ottocento anni dalla sua morte, le sue ossa — custodite in una teca trasparente nella cripta della Basilica di San Francesco d’Assisi — sono offerte alla venerazione dei fedeli. Era necessario? Perché questa ostensione? Che significato ha per la nostra vita?
Davanti a quelle ossa, disposte con amore e con cura, guardiamo anzitutto un corpo. Un corpo piccolo. Consumato. Segnato dal tempo e dalla sofferenza. E comprendiamo subito che quel corpo dice la verità della sua vita: l’unità profonda tra corpo e cuore. Le sue ossa parlano della sua scelta. La sua piccolezza fisica rimanda alla sua minorità spirituale. Non c’è frattura tra ciò che ha creduto e ciò che ha vissuto. Non c’è distanza tra il Vangelo proclamato e il corpo consumato. Francesco non ha amato in teoria: si è consumato per amore. Nelle Ammonizioni scriveva: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». E ancora: «Nulla di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga Colui che totalmente a voi si offre». In queste parole c’è già tutto: non trattenere, non conservare, non vivere per sé.
Il passo evangelico che illumina l’ostensione — «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» — parla anzitutto di Cristo. E Francesco ha voluto essere, radicalmente, alter Christus. Guardare il suo corpo, passato attraverso la spogliazione suprema della morte, significa lasciarsi interrogare: che cosa sto facendo della mia vita? La sto trattenendo o la sto donando? Quelle ossa sono un richiamo forte: la vita si salva solo se si dona. L’ostensione ci ricorda che anche noi abbiamo un corpo. E che il nostro corpo è chiamato a entrare nella logica del dono. Consumarsi per amore non significa cercare la sofferenza, ma non risparmiarsi sempre. Non fare della propria comodità il criterio ultimo delle scelte. Non mettere al centro la propria sicurezza. Per Francesco il corpo non era un nemico da disprezzare, ma il luogo concreto in cui vivere il Vangelo. È nel corpo che si serve, si perdona, si lavora, si abbraccia il lebbroso, si porta la pace.
È nel corpo che si partecipa al mistero di Cristo. Non è un caso che la sua spiritualità sia profondamente eucaristica. Nella Lettera a tutto l’Ordine scrive parole ardenti sull’Eucaristia: «O mirabile altezza e stupenda degnazione! O umiltà sublime! O sublimità umile! Che il Signore dell’universo… si umili a tal punto da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!». Francesco contempla un Dio che si fa Corpo, che si consegna, che si lascia spezzare. E da quell’Eucaristia impara la forma della propria vita. Il suo corpo consumato è, in qualche modo, un riflesso di quel Corpo donato. L’ostensione delle sue ossa rimanda, inevitabilmente, all’altare: lì Cristo si offre; qui un uomo ha lasciato che quell’offerta plasmasse tutta la sua carne.
Certo, il rischio del devozionismo esiste. Esiste sempre quando la fede si riduce a emozione momentanea, a pellegrinaggio senza conseguenze. Se l’ostensione resta un gesto suggestivo ma non diventa conversione, tradisce se stessa. Guardare quel corpo senza lasciarsi cambiare significherebbe ridurlo a oggetto di pietà. Invece è un appello. Un appello alla nostra vita. Un appello al nostro tempo. Sono disposto a consumarmi per amore? Sono disposto a lasciare che il Vangelo tocchi non solo le mie idee, ma la mia carne, il mio tempo, le mie energie? Solo se diventerà questo — un passaggio reale, un passo di conversione — l’incontro con il corpo di Francesco porterà frutto. Altrimenti resterà un gesto. Suggestivo, commovente, ma sterile.
Mentre seguivo la liturgia di ostensione, dentro di me si facevano spazio pensieri semplici e decisivi: Dio è amore. Gesù è morto per amore. La morte non è l’ultima parola, se quella di Francesco ha generato frutti di santità e di vita nuova in tutto il mondo. Nel silenzio delle sue spoglie, il servo Francesco continua a dire che la vita piena è quella donata, risorta. Sta a noi decidere se ascoltare davvero. Sta a noi scegliere cosa fare della nostra vita intera. Sta a noi lasciare che la polvere della nostra esistenza sia di nuovo raggiunta dal soffio della Vita che non avrà mai fine.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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ULTIMI COMMENTI
E' proprio così. Grazie per aver scritto questo articolo "non inclusivo". Oggigiorno ci vuole un certo coraggio per dire e…
Ma cosa centra l'albero dei fichi?? Perchè non viene chiarito questa circostanza? grazie
Grazie del bell'articolo, puntuale e preciso. Siamo giunti a questo punto perché le premesse c'erano già tutte a partire dalle…