L’elemosina: imparare ad amare significa imparare a perdere

Quaresima, un cammino di quaranta giorni che conduce al cuore della Pasqua. In questo tempo liturgico molto forte, la Chiesa propone tre vie concrete per rinnovare l’interiorità: preghiera, digiuno ed elemosina. Oggi parliamo dell’elemosina, ovvero di quel morire a noi stessi che non è sterile, perché la rinuncia a qualcosa è fatta per amore di qualcuno.

Nell’immaginario comune, fare l’elemosina è un gesto che aggiunge qualcosa alla nostra “lista delle buone azioni”. Un modo per pulirsi la coscienza, sentendosi dei bravi cristiani che hanno assolto il proprio compito di solidarietà. Per la vita spirituale, però, l’elemosina ha un dinamismo opposto: non è un aggiungere, è un togliere. È l’esercizio fondamentale per imparare una verità scomoda ma vitale: amare costa.

È un pomeriggio come tanti: una mamma va a prendere il figlio a scuola. Il bambino è stanco, ha fame, insiste per avere qualcosa da mangiare. La madre, dopo qualche resistenza, cede e lo accompagna in un panificio.

Il piccolo sceglie la brioche più grande, quella appena sfornata, il cui profumo riempie l’aria. È sua, l’ha desiderata, sta per morderla. Esce dal negozio con l’aria sognante e il pancino che implora un morso, ma sul marciapiede opposto, una mamma, seduta per terra, cerca di consolare un bambino che sommessamente lamenta i morsi della fame.

Senza che la madre dica una parola, solo con un cenno di intesa, il figlio attraversa la strada e consegna il suo tesoro intatto nelle mani dell’altro bambino. Poi torna indietro, in silenzio. Un passante, commosso dal gesto, va a complimentarsi con la signora: “Suo figlio è un eroe, un animo davvero gentile! Adesso gliela dovete ricomprare la brioche, anzi gliela compro io un’altra brioche!”. Ma la madre risponde con fermezza: “No, mio figlio oggi ha da imparare una lezione più grande: che amare costa”. 

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Questa è solo una storiella che ho ascoltato da uno di quei sacerdoti che ci sa davvero fare con le parabole. L’elemosina non è un favore che facciamo a chi è più povero, ma un allenamento che facciamo alla nostra anima. Quando rinunciamo a qualcosa che ci appartiene (e che ci piace), rompiamo le catene dell’egoismo. Impariamo che non siamo ciò che possediamo. Impariamo che il bene dell’altro vale quanto (e più) del proprio desiderio immediato e che amare significa, inevitabilmente, imparare a perdere.

Il bambino della storia non ha dato “il resto”, una parte o una brioche vecchia. Ha dato la sua brioche, quella che voleva per sé. L’altro non si merita il residuo di qualcosa che mi ha già soddisfatto, ma un cuore disponibile ad una totalità, senza chiedere nulla in cambio. 

Perché la vita spirituale ha bisogno del vuoto? Sembra un paradosso, ma il cuore si riempie solo quando si svuota. Il vuoto lasciato dalla brioche non mangiata viene riempito da una dignità nuova e da una gioia che il cibo non può dare. Se il cuore è pieno di cose, di desideri solo nostri, di aspettative, di bisogni insoddisfatti… insomma, se pieno solo di “sé”, dov’è lo spazio in cui può accedere, anche solo in punta di piedi, Dio?

L’elemosina nella vita spirituale agisce come una potatura: toglie rami per permettere alla pianta di fare frutti più grandi. Non è un atto di eroismo isolato, ma uno stile di vita che ci rende più simili a Dio, che non ha dato il superfluo, ma ha dato tutto se stesso.




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