Il “lutto invisibile”: da croce pesantissima a freschezza di resurrezione

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di Fabrizia Perrachon

Oggi è un venerdì di Quaresima e il tema che trattiamo è il lutto perinatale, guardando alla Croce di Gesù. In Quaresima siamo tutti invitati a pregare, digiunare, ad essere più caritatevoli, più comprensivi, più pazienti. La riflessione ci porta spesso a ripensare alla nostra vita, alle nostre gioie e ai nostri dolori, cercando di guardarli alla luce della fede. La prospettiva del Cielo è molto differente da quella della terra e, proprio in questi quaranta giorni, possiamo provare a guardare al “deserto” non come ad una landa vuota e desolata ma come il luogo – e, soprattutto, il tempo – in cui può fiorire anche la steppa. 

Chi ha visto un figlio andare Lassù prima di nascere ben conosce la sensazione di trovarsi nell’isolamento, nello scoraggiamento; nella tristezza più totale e totalizzante: altro che montagne di sabbia e dune infinite, sembra di essere ad Hiroshima e Nagasaki subito dopo lo scoppio delle bombe atomiche! Eppure, anche quando la devastazione umana e spirituale, del corpo e dell’anima, sembra non avere alcun futuro di rinascita, la croce di Cristo arriva puntuale a salvarci. Già, perché in questo caso ci sentiamo noi, madri e padri tra Cielo e terra, ad essere sorretti da un meraviglioso Cireneo, il più speciale che possa esistere: il Crocifisso. Sì, proprio Lui, proprio “uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53, 3), non solo sa, non solo vede, non solo conosce, ma provvede. Dolcemente, potentemente, miracolosamente. Se Lo lasciamo entrare, se lasciamo la porta aperta nonostante tutto, e tutti.

Ci sono dolori che la società non riconosce, ma il cuore non ragiona per statistiche; il cuore ama e, quando ama, soffre. Il cristiano, tuttavia, sa che nessuna croce è anonima agli occhi di Dio, perché anche Lui ha conosciuto il silenzio, anche Lui ha sentito il peso dell’incomprensione, anche Lui ha attraversato il buio. Il Figlio di Dio non ha evitato il dolore umano: lo ha abitato, lo ha preso su di Sé, lo ha redento, già dal Getsemani. Sudando sangue, Cristo ha vissuto ogni lutto invisibile della storia, ogni bambino non nato, ogni amore ferito, ogni sogno spezzato era già nel Suo cuore trafitto. E questo cambia tutto.

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E poi, Maria: “stabat Mater”. Lei c’è, non scappa, resta, anche quando umanamente fa male, anche quando umanamente non ha alcun senso, anche quando umanamente tutti abbandonano la scena. Rimane con il Figlio fino all’ultimo, rimane con noi – suoi figli – in ogni prova, in ogni dolore, in ogni sofferenza, anche e soprattutto nel lutto, perché Lei ben sa cosa significa “perdere” un figlio. Metto le virgolette perché, a ben pensarci, nessun bambino nato in Cielo è veramente perduto: grazie alla resurrezione di Gesù, infatti, ogni nostro dolore risorge, ogni nostra lacrima risorge, ogni nostra speranza risorge. La fede non è la negazione del dolore quanto la sua trasfigurazione; la croce non ha l’ultima parola in quanto, quest’ultima, la possiede il sepolcro vuoto, la pietra rotolata via, la vita che rinasce dove tutto sembrava finito.

Nel mistero pasquale, il lutto invisibile diventa grembo di resurrezione; non perché il dolore sparisca improvvisamente, non perché si possa dimenticare, ma perché ogni lacerazione viene abitata dalla grazia. Dio non spreca nessuna lacrima: ognuna di esse va ad irrigare quel seme, perché “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Il seme, sottoterra, sembra morto … ma in realtà sta preparando la primavera, portando con sé il profumo della resurrezione. 

Quando un cuore attraversa la notte e rimane fedele diventa capace di comprendere come nessun altro; il dolore, unito a Cristo, si trasfigura e poi risorge, e così anche la croce più pesante diventa una via luminosa, la via lucis dell’anima. 

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Se stai vivendo un lutto invisibile, sappi questo: Dio ti vede, Dio ti conosce, Dio non minimizza il tuo dolore! La tua croce non è inutile, non è un errore, non è “una prova della natura”, non è una punizione! Al contrario, è il dono di un figlio, un mistero attraversato dall’amore, una genitorialità che può ugualmente essere piena, e stupenda. Rimani, come Maria: dopo i giorni nel sepolcro arriverà l’alba del mattino di Pasqua e, con essa, scoprirai che proprio quella croce pesantissima era, in realtà, il passaggio verso una freschezza spirituale e umana nuova. 

Non parlo per sentito dire ma perché quattordici anni fa, insieme a mio marito, ci sono passata. Fidati: si può risorgere anche dal lutto invisibile! E se proprio non ti fidi di me, fidati di Gesù, non sbaglierai mai. 




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