UE: no al turismo dell’aborto ma apertura ad un fondo non inerente. Il triste compromesso europeo
Di Giovanna Abbagnara, presidente della Federazione Progetto Famiglia
La Federazione europea ONE OF US, di cui la Federazione Progetto Famiglia è parte integrante, esprime profonda preoccupazione per la risposta della Commissione europea all’Iniziativa dei cittadini europei My Voice, My Choice. Pur non avendo istituito un nuovo fondo specificamente destinato all’aborto oltre frontiera, la Commissione ha infatti aperto alla possibilità che uno strumento già esistente — il Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+) — possa essere utilizzato anche per finanziare l’aborto transfrontaliero.
«I Trattati dell’Unione europea vengono aggirati», ha dichiarato il professor Tonio Borg, presidente di ONE OF US ed ex Commissario europeo. «L’aborto non rientra nelle competenze dell’Unione. La Commissione sta oltrepassando i propri poteri in un ambito drammatico e delicatissimo».
Secondo la Federazione, classificare l’aborto come necessità sanitaria e finanziarlo tramite strumenti europei destinati alla salute significherebbe alterarne la natura e utilizzare in modo improprio risorse pensate per migliorare l’accesso alle cure. L’aborto — si legge nella nota — non è una misura sanitaria nel senso ordinario di prevenzione o cura di una malattia, ma comporta l’interruzione intenzionale di una vita umana allo stadio iniziale. Inoltre, il Fondo Sociale Europeo Plus è stato istituito per promuovere inclusione e prevenire la povertà, in particolare tra le famiglie con figli: destinarlo anche all’aborto equivarrebbe, secondo ONE OF US, a snaturarne le finalità originarie, con il rischio di sottrarre risorse al sostegno concreto delle famiglie in difficoltà.
La Federazione sottolinea anche che, essendo obbligatori i contributi al Fondo, tutti gli Stati membri si troverebbero indirettamente coinvolti nel finanziamento di pratiche che in alcuni ordinamenti nazionali non sono consentite. Viene infine richiamata la propria Iniziativa dei cittadini europei del 2014, ONE OF US, che raccolse 1,89 milioni di firme chiedendo alle istituzioni europee di astenersi dal finanziare attività che comportino la distruzione di embrioni umani, rimanendo una delle iniziative più sostenute nella storia dell’Unione.
Alla posizione della Federazione europea si unisce quella del Movimento per la Vita Italiano, cui come redazione di Punto Famiglia esprimiamo la nostra vicinanza. In una nota diffusa da Roma, il Movimento osserva che l’Europa «non si piega totalmente alla cultura della morte»: il progetto più ambizioso legato a “My Voice My Choice”, che mirava a strutturare e sostenere in modo esplicito il cosiddetto “turismo dell’aborto”, non ha infatti prodotto nuove norme vincolanti a livello europeo. Tuttavia, il rigetto appare accompagnato da un compromesso. Pur non istituendo nuove linee di finanziamento dedicate, la Commissione ha ritenuto possibile l’utilizzo di risorse già esistenti del Fondo Sociale Europeo da parte di Stati con legislazioni più permissive, per accogliere donne provenienti da Paesi con normative più restrittive.
Una scelta che il Movimento giudica non condivisibile, poiché il Fondo Sociale Europeo nasce per promuovere occupazione, inclusione sociale e sostegno alle fasce più fragili: destinarne anche solo una parte a percorsi che conducono all’interruzione volontaria di gravidanza rappresenterebbe un’interpretazione distante dalle sue finalità originarie. «I tempi richiedono di investire risorse ed energie nella tutela della maternità, nel sostegno concreto alle donne in difficoltà e nella difesa della vita nascente, non di sviluppare forme, dirette o indirette, di finanziamento di pratiche abortive», ha dichiarato Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita Italiano. «Ogni bambino concepito è uno di noi e merita accoglienza; ogni madre deve poter trovare nella società e nelle istituzioni un aiuto reale per non sentirsi sola davanti a una gravidanza difficile o inattesa».
Il Movimento ribadisce che le risorse europee dovrebbero essere orientate a politiche di sostegno alla natalità, di accompagnamento alla maternità fragile e di promozione della cultura della vita.
Ma oltre la cronaca e le prese di posizione ufficiali, questa vicenda interpella in profondità il senso stesso del progetto europeo. L’Unione nasce per promuovere coesione, solidarietà, sviluppo umano integrale. Quando strumenti concepiti per contrastare la povertà e sostenere le famiglie vengono progressivamente reinterpretati in chiave ideologica, si rischia di smarrire il baricentro antropologico su cui l’Europa ha costruito la propria identità. Il vero nodo non è solo giuridico o finanziario: è culturale.
Se la maternità viene percepita come un problema da risolvere anziché come una realtà da custodire; se la fragilità economica diventa il presupposto per facilitare l’eliminazione di una vita anziché per rafforzare reti di sostegno; se la solidarietà europea si traduce nella mobilità per accedere all’interruzione di gravidanza, allora la questione riguarda l’idea stessa di persona e di bene comune che orienta le politiche pubbliche.
In un tempo segnato da inverno demografico, solitudine e incertezza sociale, l’Europa avrebbe bisogno di scelte coraggiose a favore della natalità, della famiglia e della maternità. Investire sulla vita nascente non è una posizione confessionale o ideologica, ma una scelta di lungimiranza sociale. Ogni bambino che nasce è una promessa di futuro; ogni madre sostenuta è una società che si rafforza.
Pur non essendo stato approvato nella sua forma più estesa, il progetto ha comunque condotto a una decisione che suscita forti riserve nel mondo pro life europeo. La priorità, oggi più che mai, resta quella di costruire un’Europa che scelga di stare dalla parte delle madri, dei padri e dei bambini, nati e non ancora nati, promuovendo una solidarietà autentica e una tutela concreta della maternità. Dietro ogni numero e ogni decisione tecnica ci sono volti: bambini che crescono silenziosamente nel grembo materno e donne che portano nel cuore paure e fragilità. La risposta dell’Europa non può limitarsi a facilitare l’interruzione di quella vita, ma dovrebbe tradursi in una rete capace di sostenere, accompagnare e abbracciare.
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