4 Marzo 2026

Seminaristi in Cittadella, una notte insonne e una Chiesa che impara a camminare insieme

Ieri pomeriggio abbiamo incontrato dieci seminaristi del Seminario di Capodimonte, a Napoli – quarto e quinto anno – accompagnati da padre Giuseppe. Sono venuti alla Cittadella della Carità “don Enrico Smaldone” per conoscere l’opera affidata alla Fraternità di Emmaus: volti giovani, domande vere, il desiderio di capire che cosa significhi oggi essere sposi e preti dentro le pieghe concrete della vita, soprattutto là dove la vita è più fragile. Hanno soprattutto ascoltato le storie di chi abita la Cittadella: sposi adulti nella fede, poveri, famiglie che lasciano la loro casa per mettersi al servizio, volontari, consacrati, laici impegnati che rinunciano alla carriera professionale per essere al servizio del Vangelo. Non una visita di cortesia, ma un incontro che voleva suscitare qualche domanda. Per loro e per noi.

Questa notte non riuscivo a dormire. Ho preso in mano il Rapporto sulla formazione dei futuri sacerdoti presentato e pubblicato ieri dal Gruppo 4 del Sinodo. L’ennesimo documento di settore? A mio avviso no perché contiene indicazioni interessanti: nasce dentro il processo sinodale, raccoglie il mandato di verificare la formazione al ministero ordinato e di rileggerla alla luce di una Chiesa sinodale e missionaria, a servizio delle Conferenze Episcopali. Non sostituisce la Ratio Fundamentalis del 2016, né cancella la Ratio italiana della CEI entrata da poco in vigore. È una traccia, un orientamento. Ma le tracce, se sono evangeliche, diventano sentieri.

Un paragrafo mi ha colpito più di altri: la formazione presbiterale condivisa con tutti i battezzati. È un cambio di prospettiva importante. Il testo afferma che l’itinerario formativo non deve generare ambienti artificiali, distaccati dalla vita ordinaria dei fedeli, ma svolgersi a stretto contatto con il quotidiano del Popolo di Dio. Chiede che i candidati al ministero presbiterale facciano esperienza reale di comunità prima ancora di entrare in cammini specifici; che condividano momenti formativi con laici, consacrati, ministri ordinati; che, anche durante gli anni di seminario, possano vivere periodi prolungati dentro comunità parrocchiali o altri ambienti ecclesiali; che crescano in una maturità integrale, anche nella dimensione affettivo-sessuale, favorita da relazioni vere, con famiglie e figure femminili in particolare.

Tutto questo per aiutare lo sviluppo dell’identità sacerdotale che esce dall’isolamento e dall’individualismo in cui spesso resta confinato e viene ripensato dentro un tessuto di comunione: con il vescovo, con una fraternità reale con gli altri presbiteri, e con gli sposi e le famiglie. Un prete solo finisce per irrigidirsi, si sente indispensabile, e col tempo diventa stanco, irritabile, sospettoso. Ieri, in Cittadella, ho visto incarnarsi questa intuizione. Un seminarista che ascolta una madre che accoglie una bambina con disabilità grave come figlia. Un altro che ascolta una famiglia accogliere cinque bambini in affido oltre i tre figli naturali scopre che la teologia deve imparare la grammatica delle lacrime e dell’amore oblativo. Un gruppo che comprende che la missione non è un’aggiunta al ministero, ma la sua forma.

Qualche tempo fa, pubblicando un articolo sulla corresponsabilità – riportando anche l’esperienza della diocesi di Torino che ripensava la distribuzione dei ministeri alla luce del calo delle vocazioni – ho ricevuto molte critiche. Come se parlare di corresponsabilità significasse svuotare il ministero ordinato o piegare le vocazioni a una logica funzionale, quasi aziendale. Eppure il nodo non è “coprire i buchi”. Non siamo chiamati a leggere i segni dei tempi in una prospettiva riparativa, come chi rattoppa una tela che si restringeLa sfida è un’altra: riconoscere che lo Spirito sta educando la Chiesa a una forma più evangelica, più battesimale, più sinodale. Non per appiattire le vocazioni, ma per valorizzarle nella loro irriducibile specificità.

Un prete non è un laico “di più”. Un laico non è un prete “di meno”. Una persona consacrata non è una funzione intermedia. Ogni vocazione è dono e compito, relazione e missione. La formazione condivisa non relativizza il ministero ordinato: lo purifica da ogni tentazione autoreferenziale e lo radica nel Popolo di Dio, dentro quella circolarità dei doni che è la trama stessa della Chiesa.

I dieci seminaristi di ieri forse sono tornati a Napoli con qualche domanda in più. Forse anche con qualche inquietudine. Ma se la formazione non genera domande, non è evangelica. Se non espone alla vita reale, non prepara alla missione. Se non educa alla collaborazione fraterna, rischia di creare solitudini mascherate da leadership. “Lasciatevi accompagnare e scomodare dagli sposi e siate voi, futuri presbiteri, custodi del loro amore e della loro vocazione. Vi consegno questa che è stata la mia esperienza”: con queste parole don Silvio Longobardi, custode della Fraternità, ha esortato i seminaristi nel pensiero omiletico del Vespro, indicando i santi coniugi Martin che hanno desiderato tanto poter avere un figlio sacerdote e santa Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni come compagni di viaggio. Un bel pomeriggio, anteprima di una realtà ecclesiale che dobbiamo promuovere e custodire con amore.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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